Diritto Tributario

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A cura dell'avv. Franco Ionadi e del dott. Spataro



Sentenza Taricco - Il punto della situazione e qualche riflessione

2016-07-28
abstract: La sentenza della Corte di Giustizia UE 8/9/2015 (Causa C -105/14, Taricco) e i suoi effetti nei processi penali pendenti.

Segnalato da Franco Ionadi Tributario


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1 – Il problema

  Com’è noto, da qualche tempo, i tribunali italiani che devono giudicare su reati di frode fiscale, si trovano costretti a fare i conti con la famosa sentenza Taricco, ossia con la sentenza 8/9/2015 (Causa C -105/14, Taricco) con cui la Corte di Giustizia UE, Grande Sezione,  ha sancito la incompatibilità comunitaria delle norme dettate dal codice penale italiano in materia di prescrizione e, in particolare, del termine massimo di prescrizione, pur in presenza di atti interruttivi (artt. 160 161 cp), nella misura in cui dette norme determinino di fatto la sostanziale impunità di frodi gravi che coinvolgano tributi (IVA) di pertinenza della UE.  In sostanza, la portata pratica di tale pronuncia è nel senso di imporre al giudice italiano l’obbligo di non tener conto del termine massimo di prescrizione  previsto dai citati articoli del codice penale, in tal guisa assicurando l’adempimento dell’obbligo, per lo stato italiano, di assicurare una effettiva tutela degli interessi  dell’Unione alla repressione delle violazioni in materia di tributi comunitari.

   Da qui la conseguenza che tutti i procedimenti pendenti davanti ai giudici nazionali saranno interessati dalla pronuncia suddetta.

   Per comprendere appieno  la portata della sentenza in questione, occorre esaminare brevemente  il caso concreto sottoposto al giudizio pregiudiziale della Corte di Giustizia e la decisione di quest’ultima.

2 – La sentenza Taricco

   Dinnanzi al  GUP del Tribunale di Cuneo pendeva un procedimento a carico di vari imputati cui veniva contestata l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di diverse frodi fiscali per il conseguimento di un risparmio d’imposta  (IVA) di svariati milioni di euro per diverse annualità consecutive (dal 2005 al 2009).  Poiché il GUP aveva calcolato che i reati si sarebbero prescritti per tutti gli imputati ai primi dell’anno 2018, e poiché prevedeva l’oggettiva impossibilità materiale di pervenire a un accertamento definitivo entro quel termine, esso  investiva in via pregiudiziale la Corte di Giustizia chiedendo una pronuncia in ordine alla compatibilità con l’ordinamento comunitario delle norme nazionali,  di cui al codice penale, che, prevedendo una durata massima del tempo necessario a prescrivere, lascerebbero di fatto impunite le condotte di frode fiscale relative a tributi comunitari, in tal modo impedendo allo Stato italiano di poter assolvere all’obbligo di una tutela effettiva dell’interesse comunitario alla riscossione dei medesimi tributi; obbligo imposto da varie norme dei Trattati cui l’Italia ha aerito.

   La Corte, con l’indicata sentenza, ha anzitutto chiarito, in via generale,  che il principio di leale cooperazione (art. 4 par. 3 TUE) impone agli stati membri sia di adottare misure legislative e amministrative tali da garantire la riscossione dei tributi armonizzati sia di combattere le frodi in materia di IVA. Anzi, l’art. 325 TFUE ne impone la lotta con strumenti effettivi e dissuasivi e l’art. 2 par. 1 della CIF (Convenzione protezione Interessi Finanziari UE) prescrive, a tutela degli interessi finanziari, la previsione, da parte degli stati membri, di sanzioni penali che, nelle ipotesi di frodi “gravi”, devono comprendere anche misure restrittive della libertà personale.

   Tracciato questo quadro generale, la Corte si è soffermata esclusivamente sull’art. 325 che impone un preciso obbligo di risultato e che, in tale ottica, ha l’effetto di rendere disapplicabili quelle disposizioni nazionali in contrasto con quell’obbiettivo.  Tra tali norme, secondo la Corte, rientra  a pieno titolo l’art. 160 del codice penale italiano nella parte in cui (ultimo comma), dopo aver previsto che la prescrizione interrotta comincia nuovamente a decorrere dal giorno dell’interruzione,  stabilisce che  l’interruzione stessa in nessun caso può comportare l’aumento del termine prescrizionale oltre le soglie di cui al successivo art. 161.  

  Pertanto, ciò che va disapplicato, secondo la Corte, non è l’istituto della prescrizione in sé, ma la soglia di sbarramento e il limite massimo di cui ai citati articoli del codice penale.

   In estrema sintesi, la sentenza della CG ha fissato i seguenti punti:

a)   il problema dell’adempimento dell’obbligo di risultato, da parte dello stato membro, si pone, non per tutti gli illeciti indiscriminatamente ma solo per le frodi “gravi” commesse in un “numero considerevole di casi” che compromettono l’interesse finanziario dell’Unione. La Corte non indica riferimenti utili a individuare quando ricorra tale “gravità”, né cosa debba intendersi per “numero considerevole”, ma, a tale riguardo, è significativo ricordare che la Grande sezione ha assunto la propria interpretazione pregiudiziale in relazione a un caso in cui erano in gioco svariati milioni di euro di IVA e in cui ai prevenuti era stata contestato il delitto di associazione per delinquere finalizzato alla commissione di molteplici frodi fiscali per diverse annualità.

b) le norme nazionali che andranno disapplicate sono quelle che prevedono una durata massima del termine di prescrizione del reato.

c) tale disapplicazione non comporta alcuna compromissione del principio di legalità o di irretroattività della disposizione penale sfavorevole, attesa la natura processuale, e comunque certamente non sostanziale, delle disposizioni in tema di prescrizione del reato; per cui la applicazione retroattiva della interpretazione patrocinata dalla sentenza Taricco non configura alcuna estensione  in malam partem.

d) spetta al giudice nazionale del caso concreto accertare la ricorrenza dei presupposti per la disapplicazione: gravità della frode, numero considerevole degli illeciti, inidoneità del regime della prescrizione a compromettere  le esigenze di bilancio UE, ecc.

     All’indomani della sentenza della CGUE, i giudici nazionali si sono trovati – e si trovano tuttora - a dover prendere posizione in ordine alla “disapplicazione” da essa imposta. Le decisioni interessanti, sino ad ora intervenute, sono quelle qui di seguito riassunte.

 

3 - L’ordinanza della Corte D’Appello di Milano 18/9/2015 (questione di l.c.)

   LA Corte d’Appello di Milano, con ordinanza del 18/9/2015, ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge n. 130/2008 (esecuzione del trattato di funzionamento dell’Unione Europea) nella parte in cui impone allo stato italiano di dare applicazione all’art. 325 TFUE da cui, secondo l’interpretazione pregiudiziale di cui alla sentenza Taricco, discende l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare gli artt. 160 ultimo comma e 161 secondo comma codice penale, con conseguenti effetti sfavorevoli per l’imputato, per contrasto con l’art. 25 Cost.

   E’ utile precisare, anzitutto, che il caso sottoposto al vaglio della Corte d’Appello lombarda riguardava una fattispecie criminosa complessa per la quale molteplici soggetti erano stati condannati in primo grado per associazione per delinquere finalizzata alla commissione di vari reati tributari e di truffa aggravata ai danni dell’Erario, per avere concepito ed attuato un articolato disegno criminale che, attraverso la creazione di varie società cartiere, aveva sfruttato il meccanismo degli acquisti intracomunitari, in tal modo realizzando la (indebita) fruizione di crediti IVA, per svariati milioni di euro e per più annualità.

   Ed è necessario precisare anche che, al momento in cui è stata depositata la sentenza della CGUE, per i reati sottoposti a giudizio della Corte d’Appello di Milano, era già decorso il termine di prescrizione.

   Ebbene, i giudici milanesi si sono posti  in consapevole e motivato contrasto con la CGUE proprio in relazione alla disapplicazione delle norme di cui agli artt. 160 e 161 cp, a situazioni in cui la prescrizione è già maturata.

   Nella sentenza Taricco, la Corte europea aveva, in effetti, affrontato tale aspetto e aveva ritenuto di risolverlo sulla scorta di una ritenuta natura processuale delle disposizioni in tema di prescrizione dei reati e di atti interruttivi. A supporto di tale posizione, essa aveva richiamato una sentenza emessa dalla Corte Europea Dei Diritti  Umani secondo la quale la materia della prescrizione del reato attiene alle condizioni di procedibilità del reato e quindi, non rivestendo natura sostanziale, sfugge al principio di legalità.

   Su tale punto, la Corte milanese ha osservato anzitutto che detto precedente non poteva essere utilmente invocato dalla CGUE riguardando esso un caso in cui la prescrizione non era ancora maturata; ma soprattutto ha rilevato che, per costante e unanime giurisprudenza della Corte Costituzionale italiana e della Corte di Cassazione, le norme in tema di prescrizione  sono norme di diritto sostanziale, che costituiscono parte integrante della legge penale e che, dunque, sono pienamente soggette al principio di legalità di cui all’art. 25 comma 2 Cost., e alla conseguente irretroattività in malam partem, citando, al riguardo, diverse pronunce.

  

4 - La sentenza della Corte di Cassazione sez. 3 penale n. 2210/2015.

   A diverse conclusioni è giunta la Suprema Corte in un procedimento relativo al delitto di cui all’art. 2 D. Lgs. n. 74/2000 per avere l’imputato presentato dichiarazione fiscale avvalendosi di fatture fittizie emesse da società “cartiere”, così realizzando risparmi in relazione all’IVA.

   La Corte, pur dando atto che, in relazione al reato ascritto, il termine prescrizionale era maturato già alla data del gennaio 2015, ha ritenuto di aderire in pieno alla sentenza Taricco, dandovi puntuale esecuzione e in tal modo disapplicando gli artt. 160 e 161 cp.

 

 

5 - La sentenza della Corte di Cassazione sez. 4 penale n. 7914/2016.

   Anche in questo caso la Corte si è trovata a giudicare in ordine a una associazione per delinquere diretta alla commissione di truffa e frodi fiscali. Le annualità contestate erano originariamente due, ma per una di esse era già intervenuta la prescrizione del reato, formalmente dichiarata e coperta da giudicato. Anche in questo caso, alla data della sentenza Taricco, i termini prescrizionali erano abbondantemente decorsi anche per la residua annualità per la quale veniva contestato il reato.

   La Corte ha anzitutto preso posizione sul concetto di “gravità” della frode, giungendo ad escluderla nel caso di specie in quanto, già nei precedenti gradi di giudizio, era stata esclusa l’aggravante, originariamente contestata, di cui all’art. 61 n. 7 cp (danno patrimoniale di rilevante gravità).

   Ma la Corte ha anche affermato che, stante  l’intervenuta maturazione del termine prescrizionale per i reati in contestazione, sarebbe “inaccettabile” che la prescrizione stessa potesse essere vanificata da una sopravvenuta interpretazione dell’art. 325 TFUE, configurandosi, in tal caso, una sorta di “diritto quesito” dell’imputato alla (dichiarazione di) estinzione del reato.

   Tale pronuncia è stata criticata da qualche commentatore in quanto, affermando la inammissibilità della disapplicazione degli artt. 160 e 161 cp ai casi in cui è maturato il termine a prescrivere, implicitamente avrebbe ammesso la legittimità della disapplicazione nelle ipotesi di prescrizione non ancora maturata.   

   

6 -  Ordinanza Corte di Cassazione Sez. 3 penale n. 28346/2016 (questione l.c.)

   Nel giudizio sottoposto all’esame della Suprema Corte veniva contestata originariamente, a carico dei diversi soggetti interessati, l’associazione per delinquere finalizzata alla commissione di svariati reati fiscali, anche qui mediante il sistema delle “frodi carosello” nell’ambito di cessioni intracomunitarie. Alla data della sentenza Taricco, per la quasi totalità dei reati contestati erano già maturati i termini prescrizionali.

   Valutata la rilevanza e la non manifesta infondatezza, la Corte ha sollevato la questione di legittimità costituzionale sotto diversi profili, ulteriori a quelli già valutati dall’ordinanza di rimessione della Corte d’Appello di Milano.

   Anzitutto, la Cassazione ha premesso che la Costituzione italiana è connotata dalla presenza nel suo corpus di principi supremi, che sono espressione di valori assoluti e che, come tali, fungono da limiti invalicabili rispetto a ipotesi di revisione costituzionale. Principi, valori e limiti cui va riconosciuta portata e valenza superiore rispetto alle altre norme o leggi di rango costituzionale.

   Poiché, peraltro, lo Stato italiano ha aderito all’Unione Europea, appare fisiologica la limitazione di sovranità, prevista dall’art. 11 Cost., che costituisce il fondamento della prevalenza del diritto sovranazionale nelle materie ad esso devolute. Prevalenza che, tuttavia, non può non tenere conto di quei valori supremi cui si informa la Costituzione italiana, sicché eventuali dubbi in ordine alla possibile lesione di quei limiti supremi impone e legittima il sindacato da parte della Corte Costituzionale. E’, in sostanza, la dottrina dei “controlimiti”, intesi come espressione dei principi fondamentali e qualificanti dell’ordinamento costituzionale e la cui funzione, all’occorrenza, è quella di neutralizzare gli effetti scaturenti dalle limitazioni di sovranità.       

  Tale premessa è servita  alla Corte per articolare i dubbi di costituzionalità sollevati dall’obbligo di disapplicazione di cui alla sentenza Taricco e che si possono sintetizzare come segue:

 a) la Cassazione dubita della legittimità della disapplicazione di cui alla sentenza Taricco a fatti commessi prima della sentenza stessa. Si tratterebbe di una applicazione retroattiva in malam partem del prolungamento dei termini di prescrizione del reato, applicazione a fatti commessi prima del deposito della sentenza stessa. Retroattività non ammissibile, nell’ordinamento italiano, a motivo della natura sostanziale delle norme in tema di prescrizione, come tali qualificate – tra l’altro - dalla “granitica” giurisprudenza della Corte Costituzionale.

   Da qui il sospettato contrasto con il principio di irretroattività della legge penale, di cui all’art. 25 comma 2 Cost., assunto dalla Carta a valore assoluto  e inderogabile;

b)  il prolungamento dei termini prescrizionali, conseguente all’applicazione della sentenza Taricco, ai procedimenti in corso, si pone in violazione del diritto di difesa (art. 24 Cost.) giacché, in ipotesi, l’imputato, confidando sui vigenti presupposti della punibilità (termine massimo della prescrizione), può aver rinunciato, a suo tempo,  ai riti alternativi previsti dal codice di procedura, e ai conseguenti benefici sanzionatori;

c) inoltre, l’applicazione del prolungamento ai fatti pregressi comporterebbe disparità di trattamento (art. 3 Cost.) tra l’imputato che è ancora in tempo per optare per i riti alternativi e l’imputato che non vi può più accedere.    

d)  vi sarebbe indeterminatezza (art. 25 comma 2 Cost.) dell’ambito di operatività della sentenza atteso che essa indica solo genericamente il requisito della “gravità” della frode e l’altro elemento del “numero considerevole di casi di frode grave”. La determinazione della  misura di tali parametri viene sostanzialmente delegata al giudice del caso concreto. E qui la Suprema Corte rimettente ha evidenziato che detta indeterminatezza è probabilmente la risultante della matrice culturale della giurisdizione europea, influenzata da molteplici elementi tipici del common law in cui non suonano  affatto  strani – ed   anzi sono normali – i paradigmi del judge-made law, estranei alla nostra cultura giuridica;

e) l’esecuzione del dictum della sentenza Taricco, urterebbe poi con il principio della riserva di legge (art. 25 comma 2 Cost.). La riserva di legge in materia penale comporta che il fondamento e i presupposti della responsabilità penale siano previsti,  in via esclusiva, dalla legge statale, con conseguente esclusione, quale fonte, del diritto giurisprudenziale, tipico di altre culture giuridiche.

f) demandando al giudice nazionale il compito di riempire i contenitori della “gravità” delle frodi e del “numero considerevole” di esse, viene, di fatto, investito tale giudice di una valutazione di natura non già giuridica, ma politico-criminale, relativa alla idoneità della normativa nazionale a tutelare l’interesse finanziario comunitario, e perciò riservata al Legislatore. Per tale motivo, ne risulterebbe compromesso il principio della separazione dei poteri di cui all’art. 101 comma 2 Cost..

   g) posto che il prolungamento dei termini di prescrizione, patrocinato dalla sentenza Taricco, è funzionale, nella visione della CGUE, alla tutela degli interessi finanziari dell’Unione, ne risulterebbe un mutamento teleologico della pena che non tenderebbe tanto alla rieducazione del condannato (principio tutelato dall’art. 27 comma 3 Cost.), quanto a garantire il cash flow del bilancio dell’Unione.

   Per tali ragioni,   la Cassazione  ha sollevato la questione di legittimità costituzionale dell’art. 2 della legge n. 130/2008 (esecuzione del trattato di funzionamento dell’Unione Europea) nella parte in cui impone allo stato italiano di dare applicazione all’art. 325 TFUE dal quale, secondo l’interpretazione pregiudiziale di cui alla sentenza Taricco, discende l’obbligo per il giudice nazionale di disapplicare gli artt. 160 ultimo comma e 161 secondo comma codice penale, con conseguenti effetti sfavorevoli per l’imputato, per contrasto con gli articoli della Costituzione sopra richiamati.

 

 

7 - Qualche riflessione

   In forza della sentenza Taricco, ai giudici nazionali viene chiesto dalla CGUE di applicare retroattivamente un regime di sostanziale imprescrittibilità ai reati di frode fiscale in materia di IVA. 

   Avuto riguardo alla vicenda nel suo complesso e alle questioni sollevate dalla giurisprudenza sopra richiamata, non è difficile prevedere che la Consulta attiverà il fuoco di sbarramento dei “controlimiti” nei confronti di un atto (la sentenza Taricco) dalla evidente natura pervasiva. E ciò non in virtù di valutazioni  campanilistiche o, peggio, scioviniste, ma solo in forza delle ragioni del diritto.

   Tra i vari profili di sospetta illegittimità evidenziati dalla Suprema Corte, non c’è dubbio che quello relativo al contrasto con l’art. 25 Cost. (irretroattività) appare il più robusto e assorbente rispetto agli altri.  E, comunque, e più in generale,  anche sul piano assiologico, non può non apparire sproporzionato, e perciò inaccettabile, il sacrificio dei valori supremi corrispondenti ai diritti inalienabili della persona umana e degli altri principi caratterizzanti l’essenza della forma costituzionale italiana (descritti dall’ordinanza   n. 28346/2016 sopra riassunta) rispetto alla tutela di un interesse, di sicura rilevante portata, ma che, tutto sommato, si identifica nell’esigenza di cassa dell’Unione (tant’è che la dottrina della materia non esita a parlare di “prospettiva mercantilistica”).

     Oltretutto, l’intervento della Corte Costituzionale viene richiesto in un momento storico nel quale è forte la percezione di una Europa dei banchieri, dei cassieri e dei ragionieri, piuttosto che di una Europa dei valori.

    In questo contesto, appare poco probabile che il giudice delle leggi possa sdoganare quella che sarebbe una sostanziale modifica della normativa nazionale (quella pretesa dalla sentenza Taricco) proveniente non da un parlamento di investitura popolare, ma da un collegio di giudici; attuata non attraverso lo strumento tipico della legge, ma mediante un atto processuale.  Si finirebbe per acconsentire alla creazione di un precedente pericoloso e destabilizzante, dai risvolti non circoscritti alla sfera giuridica, ma di sicura natura e portata politica.

  E probabilmente, proprio una decisione politica invocava il GUP del Tribunale di Cuneo nel momento in cui ha investito la CGUE della questione pregiudiziale. L’ordinanza di rimessione, per vero, riporta correttamente l’interpretazione – rispettabilissima - che quel giudice ritiene di proporre alla Corte europea, ma i toni coi i quali essa viene esposta appaiono troppo polemici ed enfatici per far parte di un provvedimento giurisdizionale emesso nel nome del popolo italiano da un giudice equidistante.

      L’ordinanza appare come un atto di accusa verso tutti: verso il Legislatore che, attraverso la disciplina della prescrizione, sarebbe  il responsabile dell’impunità degli evasori; verso i difensori degli imputati, le cui eccezioni difensive avrebbero l’unico scopo di allungare i tempi del processo onde giungere così alla prescrizione; verso lo stesso codice di procedura,  che prevede attività giudicate  superflue, come la prova testimoniale per cui “…tutti i testimoni, pur essendo già stati interrogati dal pubblico ministero, devono essere interrogati nuovamente nel contraddittorio delle parti davanti al giudice”  (l’ordinanza rinnega implicitamente i pilastri del sistema accusatorio, in cui la prova si forma nel dibattimento); o anche come i tre gradi di giudizio (“…il processo diviene, con i suoi tempi dilatati ed i suoi gradi, il mezzo attraverso cui inseguire …..una declaratoria di estinzione del reato”), annoverati dal giudicante tra i fattori che stanno in rapporto di causa ed effetto con l’operatività della prescrizione e della conseguente impunità.

   Ma, a parte le molteplici riflessioni indotte dall’ordinanza, vi è da dire che  il postulato da cui parte la CG sta nel fatto che l’ordinamento italiano non tutelerebbe efficacemente l’interesse finanziario dell’Unione; e, in particolare, la brevità del termine prescrizionale dei reati di frode non svolgerebbe una efficace  funzione preventiva.

   E’ sfuggito tuttavia alla Corte che quell’interesse  può essere tutelato in vario modo e con molteplici misure e strumenti di cui la previsione di sanzioni penali in materia di frode  è solo uno, che opera in ottica  preventiva e, perciò, forse il meno efficace. Al contrario, la tutela del bilancio comunitario è affidata ad altre e più efficaci attività, che sono poi quelle di accertamento e recupero in via amministrativa del tributo comunitario evaso. 

   Il punto viene toccato sia dall’ordinanza di rimessione sia dalla sentenza stessa.

  Il  GUP rimettente afferma in proposito che la previsione della sanzione penale è la “…più efficace delle forme di tutela e, molto spesso, l’unica che rimane”,  a dispetto della disciplina dell’attività amministrativa accertamento e  riscossione, che lo stesso giudice si rifiuta di analizzare e sulla quale afferma espressamente di non confidare affatto, liquidando bruscamente la questione mediante un perentorio verdetto di chiusura, utile a evitargli  di approfondire il tema (“…Non parliamo poi dell’impossibilità dell’amministrazione finanziaria italiana di recuperare le imposte evase…”) 

   La Corte di Giustizia sfiora tale profilo (punto 39 della sentenza), ma, al pari del giudice rimettente, concentra la propria attenzione esclusivamente sulla sanzione penale, ritenendo superfluo  vagliare l’intero contesto normativo predisposto dal Legislatore italiano per tutelare il bene giuridico dell’integrità del bilancio comunitario.

      Verosimilmente, la complessiva disciplina predisposta dal nostro ordinamento in tema di prevenzione e repressione degli illeciti in materia di IVA, è sempre stata particolarmente incisiva.

   Già sul piano penale, il Legislatore italiano, sin dal 1982 (quindi prima ancora che entrasse in vigore  il trattato UE) aveva introdotto una normativa punitiva particolarmente pesante e di indubbia portata dissuasiva, anche in relazione ai tributi poi armonizzati (IVA). In particolare, il DL n. 429/1982 conv. In Legge n. 516/1982, non solo prevedeva sanzioni penali per infrazioni minime, ad esempio in materia di scontrini fiscali e bolle di accompagnamento, ma conteneva (art. 4) una puntuale disciplina delle ipotesi di frode fiscale, rendendo penalmente rilevanti anche infrazioni di modestissimo valore economico.

   Com’è noto, detto assetto normativo venne riformato col D. Lgs. n. 74/2000 allo scopo di rendere maggiormente effettiva la tutela penale, superando   la normativa novellata, ispirata alla filosofia della persecuzione dei comportamenti prodromici o meramente preparatori dell’evasione, e proponendosi, invece, di colpire quelle condotte effettivamente lesive degli interessi protetti.  In particolare, le condotte di frode sono state oggetto di rigorosa disciplina, anche dalla nuova normativa, attualmente in vigore.   E l’incisività della disciplina venne successivamente rafforzata attraverso la estensione anche ai reati tributari, nel 2007, dell’istituto della confisca, anche per equivalente, del profitto dell’illecito.  

   Sul piano dell’azione di accertamento in via amministrativa,  il nostro ordinamento ha da sempre previsto, accanto a una normativa particolarmente incisiva in tema di verifiche e accertamenti (Legge n. 4/1929, DPR n. 600/1973), anche poteri penetranti in capo agli organi di polizia giudiziaria e tributaria. In più, dal 2006, in relazione agli illeciti fiscali di rilevanza anche penale, è previsto il raddoppio dei termini di decadenza ai fini dell’accertamento (art. 57 DPR n. 633/1972), sicché, in definitiva, l’amministrazione finanziaria può attivare la propria potestà di accertare le frodi fiscali in un arco di tempo di circa dieci anni. L’evidente invasività di una tale norma è stata dichiarata non irragionevole dalla Corte Costituzionale: il che è particolarmente significativo se si pensa che proprio il giudice delle leggi ha sancito ripetutamente l’inammissibilità di una prolungata esposizione del contribuente all’azione accertativa del fisco. Oltretutto, la disciplina del  raddoppio dei termini risponde alla ratio di consentire la circolazione delle prove dal processo penale al procedimento tributario di accertamento (relazione d’accompagnamento al disegno di legge di conversione del Dl n. 223/2006, che ha introdotto  l’istituto), circostanza, questa, che dimostra come il Legislatore italiano abbia inteso coordinare l’attività di repressione penale delle frodi con quella amministrativa, elevando a “sistema” il complesso delle relative disposizioni normative.

   E il “sistema” è completato dalla previsione di strumenti di natura cautelare quali il sequestro conservativo e l’ipoteca legale, a tutela del credito dell’amministrazione finanziaria (art. 22 D.Lgs. n. 472/1997), nonché dalla disciplina della responsabilità solidale passiva prevista per i casi di cessione d’azienda e di operazioni societarie straordinarie (artt. 14 e 15 D.Lgs. n. 472/1977).

   Dato un tale contesto, appare molto discutibile la diagnosi di scarsa idoneità utilizzata dalla Corte di Giustizia quale premessa del proprio iter argomentativo: è estremamente riduttivo, cioè, l’aver dedotto l’inefficacia della normativa italiana, rispetto alle esigenze di tutela dell’interesse finanziario  della UE, dal solo esame della disciplina in tema di prescrizione dei reati tributari, senza aver tenuto in considerazione il “sistema”   nel suo intero.

    Ma, a parte questo,  vi è a dire che la CG pone a raffronto due variabili: da un lato la durata del processo penale italiano, segnalata dal GUP rimettente come patologicamente eccessiva; dall’altro il termine di prescrizione e il suo meccanismo di funzionamento. Entrambi i giudicanti individuano la soluzione del problema patrocinando l’adeguamento della seconda variabile alla prima: non è la durata del processo a doversi adeguare al termine prescrizionale (e, aggiungiamo, a un’etica di civiltà giuridica), ma è la regolamentazione della prescrizione a dover essere ridisegnata su misura rispetto ai tempi eccessivi del processo italiano.

   La soluzione, nella sua pratica applicazione, finirebbe per legittimare di fatto (e per perpetuare)  l’irragionevole eccessiva durata del processo penale italiano. E un tale effetto è ancor più deprecabile se si pensa che proprio a livello di istituzioni europee (Consiglio d’Europa, CEDU) l’Italia è costantemente indicata quale Paese in testa alle classifiche negative di durata dei processi.

   In effetti, non è difficile ipotizzare che la ratio della attuale disciplina della prescrizione, con previsione della sua durata massima, possa risiedere nell’esigenza di dare  impulso ai fini di  un processo di durata ragionevole.  Che poi, nei fatti, l’obbiettivo si sia dimostrato di difficile conseguimento   è un problema di politica giudiziaria interna che non spetta certamente alla CGUE dover risolvere. Ciò che potrebbe compromettere la tutela dell’interesse di bilancio europeo non è il meccanismo di funzionamento della prescrizione, la cui disciplina è rimessa alla esclusiva discrezionalità del Legislatore italiano, ma la patologica durata del processo, che spesso rende vana la pretesa punitiva dell’ordinamento.    

      Se così è, allora, l’impunità segnalata dl giudice rimettente quale fattore di rischio del cash flow europeo, è l’effetto, non tanto della prescrizione come regolata dalla legge italiana, quanto della lungaggine del processo penale.  

   La soluzione adottata dalla CG appare quindi inopportuna,  sotto un profilo, per così dire politico, nella misura in cui, sulla base di un pretesto di apparente portata giuridica, tende sostanzialmente a rimuovere gli effetti di sistematiche storture del processo,  i cui rimedi rientrano nella esclusiva competenza delle istituzioni interne.

   Aspetto, quest’ultimo, che sarà certamente tenuto presente dalla Corte Costituzionale allorquando si occuperà della questione di legittimità cui la sentenza Taricco ha dato luogo; Corte Costituzionale   il cui intervento è quanto mai opportuno in relazione alle gravi implicazioni di svariata natura che deriverebbero dalla esecuzione della sentenza stessa.

 Franco Ionadi

 

 

 

 

 

2016-07-28 Segnalato da Franco Ionadi Tributario









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