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Lo Sport agonistico

2003-06-24  NEW: Appunta - Stampa · modifica · cancella · pdf
      

Dall'Ufficio Sport di Alleanza Nazionale: Federazioni sportive nazionali; Professionismo - dilettantismo e Legge 91/81; Sport spettacolo e Olimpiadi; Atleti; Dirigenti - operatori sportivi; Sport ed emigrazione.

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-Progetto Sport (Alleanza Nazionale) -

Federazioni sportive nazionali

Alle Federazioni sportive nazionali spetta istituzionalmente il coordinamento della disciplina sportiva che rappresentano ed è su questo principio che si devono fare alcune riflessioni, per valutare quali limiti può e/o deve avere la sua competenza.

L'evoluzione della società moderna, gli interessi commerciali ed economici che gravitano intorno allo sport di vertice, l'aumento della partecipazione allo sport amatoriale stanno portando a uno squilibrio tra le varie forze interessate a una singola disciplina sportiva.

Ai vertici le leghe di Società per gli sport di squadra, forti del potere economico che le sostiene e del potere contrattuale che hanno con gli atleti migliori, vogliono avere sempre più potere decisionale: dai Campionati cui partecipano alle attività delle nazionali.

Alla base gli Enti di promozione sportiva e la scuola vogliono avere più spazio operativo, e per l'attività amatoriale gli stessi Enti rivendicano l'intero spazio a loro disposizione. In questo quadro, l'attività, la competenza e la decisionalità delle Federazioni rischiano di essere ampiamente compromesse. È questo un problema di ruoli e competenze che difficilmente si riesce a inquadrare, anche se il CONI e le stesse Federazioni hanno cercato con "protocolli d'intesa" di ridurre la conflittualità. Il problema resta e non può che essere risolto a livello legislativo in quella che viene definita, da molto tempo, una legge quadro.

Riteniamo, comunque, che la validità e la competenza della Federazione sportiva non debbano essere messe in discussione, con particolare riguardo all'attività ad alto livello, alla formazione delle squadre nazionali e alla valorizzazione tecnica delle proprie strutture (atleti, tecnici, arbitri e giudici), ma si debbano trovare equilibri nuovi in spazi ben delimitati per le altre forze, che comunque sono indispensabili per la crescita di tutta l'attività sportiva. Per quanto riguarda, invece, l'attività amatoriale, riteniamo che essa debba essere rinforzata con l'impegno primario degli Enti di promozione sportiva, proprio per le sue caratteristiche fondamentali di occupazione del tempo libero e, quindi, con scarsa continuità dell'impegno.

Da valutare, poi, con obiettività il ruolo dei Presidenti di Federazione e i Consigli federali, ai quali corrispondono responsabilità amministrative e legali, il più delle volte sottovalutate.

In pratica un Presidente di Federazione, che ha un bilancio economico annuo di diverse decine di miliardi, di cui è il primo responsabile, deve svolgere la sua attività nei ritagli di tempo e gratuitamente avvalendosi di una struttura operativa non scelta dai propri organi sportivi, ma selezionata e messa a disposizione dal CONI nei limiti da esso imposti.

Così come sono obiettive altre considerazioni sulla figura dei Presidenti federali, quando si assiste impotenti alle esasperate egemonie di alcuni Presidenti che gestiscono in modo estremamente autoritario la propria Federazione. A tale riguardo il CONI dovrebbe vigilare con maggiore attenzione sugli Statuti di ogni Federazione, assicurandone la democraticità e la possibilità per tutte le componenti di esprimere il proprio pensiero e avere la propria rappresentanza. Si ritiene inoltre che un Presidente di Federazione, in relazione al suo impegno, non debba ricoprire cariche politiche e amministrative, che potrebbero far pensare a un conflitto d'interessi, e, in ogni caso, la carica di Presidente non dovrebbe essere confermata per più di due mandati consecutivi.

Da non dimenticare, infine, l'annoso problema della natura giuridica delle Federazioni, che la legge quadro deve definitivamente risolvere.

Professionismo - dilettantismo e Legge 91/81

È questo un problema etico da sempre dibattuto che, giorno per giorno, diventa sempre meno chiaro sia nella forma sia nella sostanza. Innanzi tutto dobbiamo definire con chiarezza le due terminologie: l'atleta professionista è senz'altro colui che svolge attività sportiva impegnativa e prevalente in misura tale da non poter svolgere altra attività lavorativa. L'atleta dilettante è colui che, oltre all'attività sportiva, svolge con continuità un'attività lavorativa o di studio.

Si deve, perciò, subito sottolineare con estrema sincerità che qualsiasi atleta, che sia ai vertici della propria disciplina sportiva, non può svolgere altra attività se non quella sportiva, sia pure in un periodo limitato della propria vita.

Perciò è necessario superare le limitazioni che vi sono attualmente tra la qualifica di professionista e dilettante, anche perché ci sono "dilettanti" che guadagnano cifre di molto superiori ad atleti definiti professionisti.

Inoltre tutti gli atleti dovrebbero avere lo stesso trattamento fiscale nelle varie forme di retribuzione o di rimborso spese o di premi o di sponsorizzazioni, avendo tutti pari requisiti.

Nel 1981, dopo un lungo dibattito tra le maggiori forze sportive, fu approvata la legge 91 che dava un primo ma importante inquadramento all'attività sportiva professionistica, sia per quanto concerne le Società che per gli atleti.

L'evoluzione dell'attività sportiva ai massimi livelli, il ruolo dello sport spettacolo e la recente decisione della Corte di giustizia europea sul caso Bosman, hanno portato a un'immediata revisione della legge.

Le modifiche apportate sono importantissime: la definizione di "lavoratore subordinato" per gli atleti dipendenti da società professionistiche, la possibilità per le società di non essere più senza fini di lucro, l'obbligo dell'investimento del 10% degli utili in attività giovanili e promozionali, la possibilità di ammortizzare in tre anni la mancanza, tra le componenti attive del bilancio, del valore dei cartellini dei giocatori.

Questa serie di cambiamenti normativi ed economici sta portando a un difficile adeguamento dell'impostazione delle maggiori società sportive italiane, sia quelle che operano ufficialmente nelle attività professionistiche, sia quelle che operano in attività sportive definite dilettantistiche, ma che sono in realtà strutturalmente professionistiche.

L'esigenza, quindi, non è solo quella di modificare la legge 91, ma di chiarire, una volta per tutte, il concetto di dilettantismo/professionismo. Anche perché le problematiche rimangono irrisolte a fronte dell'urgenza con la quale si risolvono, invece, i problemi dello sport "privilegiato".

Sport spettacolo e Olimpiadi

È evidente che quando la pratica sportiva raggiunge i massimi livelli agonistici, lo sport acquista un aspetto più spettacolare che coinvolge non solo la massa di persone che seguono l'avvenimento, ma anche interessi commerciali ed economici che, a volte, possono prendere il sopravvento sul puro interesse sportivo. Un'attività difficile da classificare e quantificare, ma che coinvolge moltissime strutture e organizzazioni cointeressate allo sport.

Parallelamente a quest'indotto, viaggia, però, il problema del doping o d'altre forme scorrette di confronto connesse a iniziative truffaldine legate alle scommesse clandestine; tutte situazioni che possono anche condurre a un'artefazione del risultato sportivo.

Più aumentano gli interessi e più aumentano questi rischi. Non è, però, solo un problema di rischi, ma anche di valori e di riferimenti etici che vengono sempre meno.

Le stesse Olimpiadi, trasformate in un business, non trovano più riscontro nei principi propri della manifestazione. L'importanza sociale, politica ed economica che un'Olimpiade oggi rappresenta, supera sicuramente il valore dell'agonismo sportivo che era, e deve essere, alla base dello spirito che deve animare una tale manifestazione.

Le Olimpiadi debbono tornare, senza nulla togliere all'esaltazione del gesto sportivo, anche a essere l'occasione per riaffermare il principio di pace e di solidarietà che devono coinvolgere tutti i popoli, senza distinzione di razze e di credo politico, rivalutando, così, il volto umano che, nella competizione sportiva, trova coinvolti atleti, tecnici e dirigenti.

Questo è per noi il senso della candidatura olimpica di Roma ai Giochi del 2004.

Per ricondurre le Olimpiadi a questa dimensione, oltre che per gli indubbi vantaggi che ne trarrebbe l'intera nazionale, An ha appoggiato con estrema convinzione la candidatura olimpica di Roma.

Non possiamo infine dimenticarci del ruolo dei mezzi di comunicazione, in particolare di quelli televisivi.

L'impegno della televisione, sia quella pubblica sia quella privata, è spesso considerevole e all'altezza delle migliori esigenze tecniche, ed è proprio attraverso quest'impegno costante che l'immagine dello sport ha acquistato enorme valore, sia economico che promozionale.

Esiste però una discriminazione costante tra gli sport più popolari e più spettacolari rispetto a quelli di minore interesse e, a volte, meno apprezzabili televisivamente. Tutto ciò deve trovare un'inversione di tendenza, poiché tutti gli sport, anche a livello giovanile o promozionale, devono avere il giusto spazio televisivo, in particolare nelle reti pubbliche, che non possono ragionare solo con il metro degli indici d'ascolto.

Atleti

I veri protagonisti dell'attività sportiva sono gli atleti, molte volte posti in secondo piano e per i quali non arrivano sempre i dovuti riconoscimenti per l'impegno tenace e costante che devono profondere, anche se per un periodo più o meno breve della loro vita.

E nonostante gli interessi che gravitano intorno alle discipline sportive (commerciali, promozionali, televisivi etc.), tali da portare i maggiori atleti a una commercializzazione della propria immagine a livelli esasperati, il ritorno economico non è sempre adeguato.

Tutto ciò non può essere limitato e facilmente regolamentato, ma si deve considerare la possibilità per tutti gli atleti, qualsiasi disciplina sportiva pratichino, che profondono un impegno costante per essere ai massimi livelli, di avere uguale riscontro in termini sostanziali e di riconoscimenti.

Per esempio: gli atleti che, pur allenandosi assiduamente, studiano, debbono ricevere un riconoscimento ufficiale da parte del Ministero della pubblica istruzione; i "militari" di leva debbono avere uno speciale distacco retribuito; stesso riconoscimento deve essere dato a coloro che svolgono attività lavorativa nell'ambito di una struttura pubblica. A parte va considerata la situazione dell'atleta che lavora nel privato. Il distacco, che gli spetta di diritto, deve conservargli il posto di lavoro e gli deve garantire almeno una pari retribuzione attraverso le strutture sportive. In favore degli atleti deve anche essere completamente rivisto il ruolo e la funzione della Sportass, ente per la previdenza e l'assicurazione degli sportivi, che svolge un'attività consistente sul piano numerico, ma con limitati vantaggi per gli atleti. Essa dovrebbe perciò adeguarsi alle attuali esigenze del mercato assicurativo, coprendo i rischi contro gli infortuni con garanzie e assistenza più consistenti e, nello stesso tempo, studiare una polizza assicurativa mista in favore degli atleti. Essa potrebbe essere contratta o dalle Federazioni sportive o dagli Enti di promozione o dalle Società o, anche, dagli stessi atleti e dovrebbe garantire, al termine dell'attività sportiva, una rendita certa e dignitosa.

Dirigenti - operatori sportivi

Tutta l'attività sportiva viene realizzata con l'impegno costante e dispendioso di dirigenti che, con passione e con spirito di volontariato, sopportano una serie di difficoltà organizzative, burocratiche, economiche e giuridiche che non sempre sono facilmente affrontabili.

Da parte del CONI, delle Federazioni sportive e degli Enti di promozione si dovrebbe incrementare una presenza sul territorio a livello consultivo per favorire ogni loro necessità, anche istituendo un particolare "sportello formativo".

La vastità delle problematiche e, in alcuni casi, la specificità delle argomentazioni hanno portato alla nascita del management sportivo. Questa cultura dovrebbe trovare collocazione, a livello didattico, nell'ambito delle strutture sportive pubbliche, in quelle private a livello professionistico e anche nell'organizzazione periferica delle Federazioni sportive e degli Enti di promozione.

L'iniziativa d'istituire un corso universitario di laurea in management sportivo, nell'ambito della costituenda facoltà di scienza dello sport, non potrebbe che essere valutata positivamente.

Sport ed emigrazione

In numerose competizioni internazionali atleti indiscutibilmente italiani hanno gareggiato e vinto con i colori di altre squadre nazionali. In molti casi si tratta di emigrati di prima generazione, nati in Italia e trasferitisi all'estero a seguito della famiglia.

Un caso ben diverso, dunque, da quelli dei tanti italo-americani che affollano le rappresentative degli Stati Uniti d'America. Soprattutto perché, mentre l'emigrazione nell'America del nord, ormai cessata, ha assunto subito carattere permanente, quella nei paesi europei e nell'America latina è in larga misura un'emigrazione provvisoria, che non spezza i legami con la Patria, nella quale l'emigrato vuole fermamente fare ritorno.

Com'è potuto accadere, dunque, che tanti atleti abbiano cambiato nazionalità?

È presto detto. Così come lo Stato poco s'interessa degli italiani, costretti a vivere all'estero, sul piano dell'assistenza sociale - per non parlare della garanzia dei diritti civili e politici - così poco si è interessato dei problemi del tempo libero. Il giovane emigrato, che vuole fare sport, si trova costretto a scegliere: o l'organizzazione sportiva del paese ospitante, con conseguente progressiva perdita dell'identità nazionale, o il nulla.

Se compirà la prima scelta, qualora cresca agonisticamente, sarà costretto ad acquisire nazionalità di quel paese per non avere limitazioni, per poter arrivare ai vertici. Ma egli, per l'organizzazione sportiva italiana, non esisterà. Anzi, essendo tesserato per una federazione straniera, sarà considerato straniero. È necessario, a nostro avviso, colmare questa grave lacuna, che è colpa imperdonabile dello Stato nei confronti degli emigrati.

Mirando, cioè, a consentire ai giovani figli degli italiani all'estero di fare sport all'interno di associazioni sportive affiliate alle federazioni e agli enti italiani. Sarà compito del Comitato olimpico nazionale italiano e delle federazioni stabilire, con i corrispettivi enti di paesi di emigrazione, accordi tali che consentano a queste associazioni di usufruire degli impianti, delle attrezzature e dell'organizzazione sportiva locale. Ma i risultati agonistici saranno ritenuti pienamente validi ai fini dell'ordinamento sportivo italiano.

2003-06-24 - Fonte: Ufficio Sport AN - Avv. Andriani

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