| minori | 2025-10-27 · NEW: |
La Garante dei Minori: no al proibizionismo di internet |
abstract:
Proponiamo il testo reimpaginato e rielaborato per capitoli (disponibili in originale al link indicato alla fonte)
Fonte: garanteinfanziaLink: https://www.garanteinfanzia.org/tutela-dei-minori-
analisi:
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Indice
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- Da una legge “proibizionista&rdquo
- I patti digitali già operativi in
testo:
La Garante (dell'infanzia)
Al Presidente della 8ª Commissione
Senato della Repubblica
Oggetto: Disposizione per tutela dei Minori nella dimensione digitale
Parere dell’Autorità garante (dell'infanzia) ai sensi dell’art. 3, comma 3, della legge 12 luglio 2011, n. 112
Introduzione
Com’è noto nel dibattito su bambini/adolescenti e web si osserva una dialettica vivace tra “proibizionisti” e “non proibizionisti”, ovvero tra chi ritiene che l’unico rimedio possibile per arginare la pandemia di disturbi neuropsichiatrici, cognitivi e di personalità correlati a un accesso precoce a internet e in particolare ai social network sia imporre un limite d’età e una rigorosa age verification da parte delle piattaforme; e chi invece è dell’opinione che si tratti piuttosto di far crescere il livello di consapevolezza critica tra i giovanissimi utenti.
Lo psicologo americano Jonathan Haidt che per primo ha lanciato l’allarme con il suo best seller "The Anxious Generation. How the Great Rewiring of Childhood Is Causing an Epidemic of Mental Illness" (2024), è probabilmente il più autorevole tra i “proibizionisti”, supportato peraltro da un importante numero di studi e ricerche.
Esponente di punta del fronte “non-proibizionista” è invece la psicologa americana Candice L. Odgers, secondo la quale tra l’accesso precoce al digitale e il netto peggioramento della salute mentale di bambini e adolescenti vi sarebbe certamente una correlazione, ma non un rapporto causa-effetto dimostrabile scientificamente (va notato peraltro che alcuni recenti indicatori mostrano fortunatamente una diminuzione dei disturbi tra i giovani americani, ma su questo torneremo più avanti). Al momento la posizione “proibizionista” appare tuttavia come quella maggiormente supportata da studi scientifici.
Resta pur vero che ogni proibizionismo è problematico e si configura come una soluzione di compromesso per svariate ragioni:
- ciò che è proibito spesso diventa per definizione oggetto del desiderio
- i nativi digitali -hacker perfetti- sono frequentemente in grado di aggirare le barriere informatiche, e d’altro canto le stesse piattaforme possono congegnare scappatoie alle limitazioni imposte dalle leggi: le iniziative legislative viaggiano a una velocità notevolmente inferiore rispetto a quella di Big Tech. Al riguardo sarà interessante osservare i primi risultati dell’applicazione della legge australiana, l’Online Safety Amendment, che stabilisce il limite di età di 16 anni per aprire account social: approvata a fine 2024, la legge entrerà in vigore entro fine anno.
Da una legge “proibizionista” possono derivare notevoli complicazioni nella convivenza tra il mondo degli adolescenti soggetti a restrizioni e un mondo adulto in grande parte digital- addicted: basta frequentare un mezzo pubblico per rendersene conto, o considerare il fatto che a quanto pare la grande parte delle neo-mamme allattano tenendo gli occhi fissi sul loro smartphone, privando il neonato di quello sguardo nello sguardo importantissimo per il suo sviluppo emotivo e cognitivo.
Quando parliamo degli adolescenti iperconnessi si dovrebbero dunque attenzionare gli adulti o “adultescenti” di riferimento: i padroni delle piattaforme, da un lato, che si assicurano enormi profitti coltivando la dipendenza dopaminergica fin dalla più tenera età degli utenti (operazione denunciata già dal 2020 nel docufilm The Social Dilemma e ancora prima, nel 2019, dal saggio di Shoshana Zuboff “Il capitalismo della sorveglianza” che rivela il progetto di “ricablare il mondo” e di sostituirsi alla democrazia); e gli adulti di riferimento, genitori ed educatori iperconnessi, che offrono il cattivo esempio e che non potendo essere fatti oggetto di normative proibizionistiche vanno coinvolti e responsabilizzati con un ampio lavoro di informazione finalizzato a una crescita di consapevolezza. Diversamente la scena domestica vedrebbe i genitori intenti sui loro smartphone e i figli a cui è “punitivamente” interdetto l’accesso.
I patti digitali già operativi in molte zone del Paese costituiscono una buona pratica nella giusta direzione, assumendo interamente la complessità del problema. I nuclei familiari isolati e infragiliti vanno sostenuti nel loro compito educativo primario anche in questo campo, compito non surrogabile da altre agenzie: la stessa fragilità genitoriale va almeno in parte ricondotta all’addiction da digitale. È necessario anche lavorare in direzione di una ricostituzione di quel prezioso tessuto comunitario (il “villaggio” che serve a crescere ogni bambino) che è andato via via sfaldandosi.
Sarebbe anche interessante -ma non risultano al momento studi a riguardo- valutare l’impatto del digitale sulla vita e sulla salute dei Minori non occidentali che vivono in culture altre, in cui l’importanza della dimensione comunitaria non è stata diminuita dall’individualismo.
L’efficacia della norma sarebbe dunque potenziata se inserita in un orizzonte politico che tenga al suo centro le relazioni tra il mondo adulto e quello di bambini e adolescenti, sempre nella logica del superiore interesse del minore.
Molto rilevante, pertanto, quanto stabilito all’art. 6 comma 1 del ddl laddove si prevedono campagne di informazione e di promozione per un uso consapevole della rete destinate a chi esercita la responsabilità genitoriale.
Altra possibile osservazione sul testo in esame: al fine di garantire chiarezza e coerenza sistematica alla legge sarebbe forse opportuno fissare un’unica soglia anagrafica -15 o 16 anni- che valga sia per l’accesso ai social network sia per l’espressione autonoma del Consenso digitale.
Vi è infine da osservare quanto segue: la legge n. 132 del 2025 fissa a 14 anni l’età per accedere a tecniche di AI. Sarebbe quindi auspicabile un coordinamento normativo tra le disposizioni che stabiliscono soglie di età differenti per il Consenso digitale e per l’interazione con sistemi di intelligenza artificiale, al fine di garantire coerenza e uniformità nell’applicazione delle misure.
Non disponendo al momento di altri possibili strumenti a tutela dei Minori e della loro salute psicofisica, una legge come di cui stiamo discutendo può dunque configurarsi come uno strumento importante. Va segnalato peraltro che secondo alcuni studi (si veda ad esempio Yang and Crespi recentemente pubblicato da BMC Psychiatry) al detox dai social media consegue un miglioramento, accertato quanto meno per alcuni disturbi come il disturbo narcisistico, la dismorfofobia corporea, l’anoressia, la paranoia.
Vi è anche una ragione di giustizia sociale per intervenire, ed è quello che viene indicato come digital divide “inverso”: come rilevato in una ricerca realizzata dall’Università Bicocca di Milano, se un tempo il digital divide indicava la distanza tra i ragazzi socialmente svantaggiati che avevano Minori possibilità di accedere ai device e all’online e quelli che invece ne disponevano più facilmente, oggi al contrario il digital divide oppone i ragazzi che crescono in famiglie culturalmente e socialmente deprivate e che accedono più precocemente al digitale, con tutte le conseguenze che conosciamo sul loro sviluppo emotivo e cognitivo -lo smartphone è il tipico regalo per la prima comunione- e i Minori che vivono invece in nuclei più scolarizzati e “capienti”, per i quali l’accesso viene protettivamente ritardato e regolato. D’altro canto proibire non basta: lo stesso “proibizionista” Jonathan Haidt indica la necessità di restituire a bambini e adolescenti maggiore spazio-tempo in presenza, non organizzato e non strutturato dagli adulti e non raggiungibile dall’occhio di Big Tech.
Si muove in questa direzione il progetto di Agia “Strade in gioco”, che sollecita i comuni a ideare e organizzare in modo “leggero” spazi urbani in cui bambini e ragazzi possano liberamente incontrarsi in presenza, e perfino annoiarsi insieme in un tempo vuoto, tornando a sperimentare un’alternativa al tempo-schermo. Safe space, li definiscono gli stessi ragazzi, significando soprattutto spazi liberi dal rischio di quel giudizio che online può diventare uno stigma definitivo, paragonabile a un giudizio divino, con tutte le sofferenze che ne conseguono.
Un tessuto relazionale vivo e una socialità intensa costituiscono il presidio più efficace contro l’isolamento, l’eccesso di tempo-schermo e il disagio che ne consegue. Si tratta dunque di restituire ai bambini e ai ragazzi quel “Vai fuori a giocare” che tutti abbiamo conosciuto nella nostra infanzia. Quel gioco, prove fisiche comprese -diritto sancito dalla Convenzione sull’Infanzia e l’Adolescenza- costituisce un’irrinunciabile palestra di vita e da sempre impegna i cuccioli di tutte le specie. Haidt ci invita alla fiducia: “L’umanità ha superato più volte la quasi estinzione negli ultimi centomila anni e credo che alla fine troveremo il modo di adattarci e persino di prosperare”, scrive presentando il suo nuovo lavoro Life After Babel. “Ma prima dobbiamo sviluppare una comprensione accurata -e ampiamente condivisa- del nostro strano nuovo mondo”.
Un contributo importante in questa direzione può venire dagli stessi giovani nativi digitali che stanno cercando di liberarsi dal “guinzaglio elettronico” per tornare almeno in parte a una socialità in presenza. Un digital detox che si configura come una vera e propria forma di resistenza. Sono state perfino congegnate app allo scopo: segnali, a saperli intercettare e decodificare, che possono offrire importanti spunti al decisore politico. Probabilmente è proprio in conseguenza di questo detox che, come si diceva, negli USA si cominciano a registrare segnali di miglioramento della salute mentale di bambini e ragazzi.
È necessario quindi attivare un continuativo ascolto dei Minori e degli ex-minori della Generazione Z per trarne spunti di efficace azione politica. Perché sono loro, i nativi digitali, a saperne più di tutti. Sono loro a essere nati su Marte, come dice Haidt. Noi possiamo frequentare Marte nel nostro andirivieni onlife: ma i marziani sono loro, e nessuno meglio di loro conosce quel pianeta e i suoi pericoli.
Marinella Giannina Terragni
Link: https://www.garanteinfanzia.org/tutela-dei-minori-
Testo del 2025-10-27 Fonte: garanteinfanzia



