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"Le leggi inutili indeboliscono quelle necessarie." - Voltaire


Terrazzo

Infilitrazioni nella terrazza condominiale e quantificazione del danno

Con riferimento alla componente di danno costituita dal "mancato uso dell'alloggio", la sentenza di primo grado aveva proceduto alla relativa quantificazione non gia' rapportando il danno al concreto esborso che il M. dovette affrontare al fine del reperimento di altro alloggio (danno non solo assolutamente certo nella sua verificazione, ma anche documentato nel suo preciso ammontare), bensi' facendo ricorso, a seguito dei rilievi mossi dal Condominio, al "criterio equitativo" ed individuando nei cd. "equo canone" un parametro conferente con tale criterio.
25.06.2012 - pag. 81661 print in pdf print on web

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1.  G..M.  conveniva in  giudizio, davanti al  Tribunale   di   Messina, il  Condominio   (omissis)  di  detta citta'   e F..P.  ,   deducendo  di  avere piu' volte richiesto,  senza alcun esito, l'esecuzione  dei lavori   di  ripristino  e  di   impermeabilizzazione  della  terrazza di   copertura dello stabile   condominiale,   dalla  quale provenivano  ingenti  infiltrazioni  di  umidita' al  suo  sottostante  appartamento,  che  avevano cagionato il  deterioramento e  il  crollo degli   intonaci  dei soffitti,  nonche' vari  danni alla carta  da parati e agli arredi;  di  avere  proposto   ricorso  ex  art. 700  c.p.c. per le   medesime  motivazioni,  nel quale  procedimento  era intervenuto  il  P.  ,  altro   condomino,   contestando la  domanda;  che  il  Pretore,  espletata   c.t.u., aveva ordinato al   condominio   l’esecuzione   di  varie opere.  Chiedeva  pertanto   che,   confermato  il  provvedimento cautelare, il  convenuto  fosse condannato  a  risarcirgli  i   danni,   consistenti  nelle  spese  di  ripristino  dell'appartamento  e  in   quelle,   sostenute  per essere  stato costretto  ad  abbandonarlo,  in  quanto   ormai inabitabile,  e  a  trasferirsi  in  altro   alloggio assunto in  locazione. Si   costituivano  in  giudizio i  convenuti, che  contestavano  la  domanda. Il   condominio  chiedeva  inoltre  di   chiamare  in   causa,  a   propria  garanzia,  L.N.  e  A..R.  ,   titolari   di   imprese   che   avevano eseguito alcuni  lavori  nella  terrazza condominiale,  assumendo  che  la  cattiva  esecuzione  di  tali  lavori  aveva rappresentato  la  reale  causa dei  danni.   Questi ultimi,  si  costituivano  in  giudizio  e contestavano   la  domanda. Il  Tribunale  accoglieva la   domanda  di  risarcimento del  danno  nei confronti  del  condominio   e  rigettava  la  domanda  di  garanzia dallo  stesso  proposta.

 2.  Con  la  sentenza  oggetto della   presente   impugnazione,  depositata  in  data  15.2.2006, la  Corte  d'Appello  di   Messina ha rigettato  l'appello  principale  del Condominio  ed accolto  parzialmente quello   del  M. ,  osservando,  per quanto  qui rileva:  

  2.a. la  deduzione del Condominio  -  di  essersi  sempre  dichiarato  pronto  ad eseguire i   lavori  di  cui  all'ordinanza  cautelare  e  di  non  avervi  provveduto  unicamente   per la  mancata  disponibilita'   del M.  (ammesso che  fosse fondata in  fatto, del che  non  vi  era prova)  era  palesemente  infondata  in   diritto.  Infatti,   in  caso  di  mancata  cooperazione  del  creditore   che  renda  impossibile  l'adempimento,  l'ordinamento   appresta  al   debitore:   uno   specifico  strumento che  gli  consente   di  sottrarsi alle conseguenze  negative  dell'inadempimento attraverso la  costituzione   in   mora del  creditore,  consistente  (vertendosi   in  ipotesi  di   obbligo di  fare)   nell'intimazione di  cui all'art.  1217 c.c..   È vero   che  l'art.  1220  c.c. riconnette effetti   piu'  limitati  (tali   dai escludere   comunque la   mora debendi)  all'offerta  non  formale;  tuttavia essa,  per essere   efficace,  deve  presentare  i  requisiti della  serieta', tempestivita' e  completezza,  il  che  implica   che   non  e'   all'uopo sufficiente  (come   nella  specie)  la  mera e  generica  enunciazione della  disponibilita'  ad adempiere,   ma e'  necessaria la  specifica  indicazione   delle   modalita' e dei tempi   dell'attuazione della  prestazione  dovuta.  Ne', d  altro  canto,  avrebbe  potuto  attribuirsi  rilievo  alla circostanza  che  il  creditore  omise di  attivare la   procedura  esecutiva. Altrimenti, si  finirebbe,  assurdamente, per  porre a  carico  del  creditore,  anziche' del  debitore inadempiente,  le   conseguenze  dannose dell'inadempimento: mentre  e' evidente  che  il   mancato  esercizio   di  una  facolta'   processuale  non  puo'  costituire  fonte di  responsabilita'   per il  suo  titolare, ne', tanto  meno, puo'  avere l'effetto  di  esentare  il   debitore  dalla   responsabilita'  per la   mancata esecuzione  della   prestazione  dovuta. Una  volta intervenuta  l'ordinanza  cautelare, i   lavori  furono  eseguiti con  sufficiente  sollecitudine,  dato   che,   dopo vari  incontri e trattative   con  l'impresa  e la  stipula  del contratto,  essi  ebbero   inizio nell'ottobre  1997 e furono  ultimati nel settembre.  1998.   

2.b.   Era infondato  anche il   secondo  motivo, con  cui il   condominio  si  doleva  della, quantificazione del danno   operata dal  primo giudice,  con  particolare riferimento  all'importo  liquidato  in   conseguenza  dell'assunzione  in  locazione  di  altro  immobile  in  altra   zona  della  citta'. L'appellante   si  doleva,  innanzitutto,  che  il   danno   fosse stato riconosciuto  per tutto il  periodo durante  il  quale il   M.  non  godette  del suo  appartamento,  mentre esso   avrebbe dovuto  essere  limitato al  tempo  necessario per l'esecuzione  dei lavori,  nonche'  del  criterio   di  determinazione  adottato  dal  c.t.u. e  condiviso  dal pruno giudice. Quanto al  primo profilo,  esso   appariva  fondato sulla   considerazione  (innanzi  confutata) che  il   M. avrebbe dovuto  attivarsi per  conseguire   l'esecuzione   delle  opere di  ripristino:   laddove  l'adempimento e'  comportamento  dovuto  dal  debitore che,   ove non  vi   provveda, resta tenuto  a   tenere  indenne  il  creditore  di  tutte le  conseguenze  negative  causalmente  riconducibili   a  tale   comportamento  e  da non  evitabili facendo uso dell'ordinaria diligenza.  Il   concorso  del  fatto  colposo del  debitore  (art.  1227 c.c.)  presuppone  non  solo  che  egli non  si  sia attivato per  ridurre  le  conseguenze dannose dell'illecito,  ma anche che  il  comportamento  all'uopo richiesto  possa  considerarsi   esigibile  in  funzione   del criterio  dell'ordinaria)  diligenza:  situazione pacificamente  non   ricorrente allorquando  esso  comporti  per il   creditore  notevoli rischi o  spese.  Nella specie,  non  solo  il   ripristino  dell'intera terrazza costituiva   un'opera   costosa, ma anche l'immutazione  dello stato dei  luoghi   antecedente  alla conclusione  del giudizio avrebbe potuto   comportare  conseguenze  negative.  Quanto al   secondo  profilo,  l'operato   del primo giudice  appariva,  in  linea  di  massima,  condivisibile ed esente  da  censure.  Il  primo c.t.u., ing.  F.  ,  aveva quantificato   il  danno  assumendo  come parametro il   canone  mensile  (L.  800.00)  concretamente  corrisposto  dal M. a  seguito  dell'assunzione in   locazione  di  altro  immobile,  come  risultante  dal  contratto  prodotto  in  atti.   A seguito  dei  rilievi mossi dal condominio  a  tale   criterio  (fondati  sull'esatta  considerazione  che   doveva  ritenersi  rimborsabile solo  quel   che  dal  M. era stato li   giustificatamene   pagato, e  non,  quindi,  importi   manifestamente eccessivi), era stato disposto  un ulteriore   accertamento  peritale: il   nuovo  c.t.u.,  geom.  V.  ,  aveva quantificato  il  danno  assumendo,  come parametro,   l'equo  canone  riferibile  ad un appartamento  di  dimensioni equivalenti  a  quello   divenuto  inabitabile.   È  evidente   che   la  quantificazione effettuata in  base  a   questo  secondo  criterio   (che  e'  quella recepita  dal primo  giudice) ha  carattere   equitativo (in quanto  non  corrispondente all'effettiva  deminutio patrimonii subita)   e  prescinde  dalla  puntuale  prova del quantum:  essa  quindi   comporta  che  si  possa legittimamente  tenere   conto di  voci   presuntive,   quale la   maggiorazione  prevista dalla  legge per appartamenti  mobiliati (e  pacifico  che   il   M. lascio'  gran  parte  degli  arredi nella  sua  originaria  abitazione),  l'aggiornamento   del  canone  e  gli   oneri condominiali,  potendosi ritenere,  in   base  all'id  quod plerunque accidit,   che   il  locatore  medio faccia   richiesta   di   esse; nonche' la   maggiore  spesa sostenuta  per l'utilizzo   di  mezzi di  locomozione,   conseguente  alla sostituzione  di  un'abitazione ubicata in   zona  centrale con  una  sita  in  zona  periferica.   

2.c. Deduce  ulteriormente   l'appellante  che,  nella  liquidazione   del  danno,  si  sarebbe  dovuto  tenere   conto,   in   compensazione,,  della   quota di  spesa di   ripristino  della  terrazza,   della  quale il   M. era proprietario  esclusivo.   Orbene, le  spese di   manutenzione  della  terrazza erano a  carico   esclusivo  del  condominio  e  la   ripartizione  di   esse  fra i  condomini  costituiva  attivita'  interna   dell'amministratore, da effettuarsi a  mente  dell'art. 1126 c.c.  e delle  tabelle  millesimali.  È evidentemente  possibile;  procedere a   parziale  compensazione dei rispettivi   crediti:   cio' tuttavia presuppone  che   entrambi  siano liquidi  o  di  facile e  pronta  liquidazione, laddove   l'eventuale   credito  del  condominio  e'  allo stato indeterminabile  (non  disponendo  la  Corte dei dati  di  fatto   all'uopo necessari).Circa la   decorrenza  degli  interessi  legali sulle  somme liquidate,  l'appellante  denuncia   una  contraddizione  del  primo giudice, che  in  motivazione avrebbe  indicato  la  data  dell'1.3.98, in   dispositivo,   invece,   quella dell'1.3.91.  La  contraddizione e' inesistente,   dato   che  la  data  indicata  e'  solo  la   seconda:  la   pronuncia era corretta in   diritto,  facendo decorrere  gli  interessi  dalla  data  di  proposizione della  domanda. 

  2.d.  Col primo motivo  di  appello incidentale,  il  M. lamenta,  sotto  vari  profili,  l'insufficiente   liquidazione  del  risarcimento  riconosciutogli, non  essendosi  tenuto  conto delle  somme da lui  concretamente erogate per la   locazione;  che  la  somma  riconosciutagli   non  era stata corredata   degli  interessi  legali progressivamente  maturati;  che  non  gli  era stata riconosciuta  la  somma di  L.  11.727.937  (indicata   dal c.t.u. F.   )  per interventi   di  ripristino  omessi  nel suo  appartamento  ne' le  spese  di  reimmissione  nel proprio appartamento; che   non   si   era,  tenuto  conto che  il  suo  nucleo  familiare  era composta da cinque  persone,  disponeva di   due   autovetture  e  quindi  le  reali  spese di  locomozione erano ben  superiori  a  quelle liquidate;  che   non  erano  stati  riconosciuti   danni indiretti   e riflessi   patiti dal suo   nucleo  familiare.  In  ordine  al  primo e al   penultimo  profilo  la  Corte territoriale  ha ribadito  che  si  e'  proceduto a  liquidazione  equitativa, provvedendo a   determinare il  danno   nella   misura ritenuta astrattamente  appropriata  alla situazione concreta.  Le   doglianze   in  questione  erano quindi   inconferenti  rispetto a  tale   modalita' di  liquidazione, essendosi  ritenuta  condivisibilmente eccessiva, in  relazione  all'equo  canone  e  all'effettivo  mercato delle   locazioni  abitative,   la   spesa realmente sostenuta dal danneggiato (come  tale  non  addebitabile nella   sua  interezza   al  danneggiale).  A tale   criterio  la  Corte si   era uniformata   anche in  relazione  alle spese di  locomozione (ragguagliate  a   quattro  percorsi giornalieri, da considerarsi  adeguati  anche in  presenza  di  due   autovetture). Appariva   infondata  in  fatto  la  seconda doglianza,  perche'  il  primo giudice  aveva liquidato  le  somme dovute  a   titolo  risarcitorio  in  importo   gia'  aggiornato sino  al  deposito  della   c.t.u.  e riconosciuto gli  interessi   legali  dall'1.3.1991  al  soddisfo.  Pertanto   con  l'appello  incidentale   era stato richiesto  quanto  gia' riconosciuto nella   sentenza  impugnata.  Meritavano,  invece,  parziale accoglimento la   terza e  la   quarta  censura:  il  c.t.u. D.  ,  che   aveva puntualmente  esaminato l'appartamento   dopo i  lavori  di  manutenzione  della  terrazza  e di  ripristino   dello stesso,  aveva indicato  la  somma  di  lire   cinque   milioni  (Euro  2582,00)  allo stesso  spettante  a  titolo di   lavori  non  eseguiti e  di  spese di   trasloco interno.  Tale  somma, alla quale  il  giudice  di   primi  grado non  aveva  fatto  cenno,   andava  riconosciuta; mentre non   competevano  le  spese di  reimmissione  nell'immobile,   enunciate genericamente  e non   documentate,  ne' i  danni indiretti   e riflessi,  non  avendo l'istante   ottemperato  all'onere   di  specifica  allegazione,  non  avendone fornito  la  prova,   ma neanche  specificato la   natura. 

   3.  Il  Condominio  propone ricorso  per cassazione,  sulla  base  di  quattro motivi.   

 3.1.  Violazione degli  art. 1217, 1220 e 1227 c.c. in  relazione  all'art.   360  n.  3  e 5  c.p.c.. Violazione di  legge  e  contraddittoria motivazione su  un  punto decisivo della  controversia. 1.a.  Tra le   questioni  dibattute  in  punto  responsabilita',  il  condominio  aveva evidenziato  come la   condotta   tenuta  dal M. avesse,  da un lato,   impedito  l'esecuzione   del  provvedimento cautelare   del 16.07.1991,  dall’altro,  concorso  ad aggravare il   danno  derivato nel tempo   al  suo  appartamento   che,   se  le  riparazioni indicate  dal c.t.u. Do. ed illustrate   nell'ordinanza  di  accoglimento  della  domanda  d'urgenza  fossero  state  consentite non  si  sarebbe pervenuti   alla sentenza   di  condanna,  almeno nella   misura del condannatorio  finale.  La  Corte territoriale   ha rigettato   la  doglianza,  sul presupposto che  mancasse la  prova dell’assunto   e,  comunque,  non  ricorressero  le   condizioni della  mora del creditore.   Entrambe le  affermazioni sarebbero inesatte.  Sotto il   primo profilo,   sarebbe evidentemente sfuggita ai  giudici  del  merito  tutta la  documentazione   epistolare, dalla  quale  era  emersa la  disponibilita'  fattiva  del  condominio  ad eseguire il  provvedimento  cautelare, l'incarico  ad  un'impresa  per l'esecuzione  dei lavori  ed il  rifiuto   pretestuoso  del  danneggiato.  La  prova della  mora  credendi  sarebbe stata, quindi,  agli atti.   Si  sarebbe trattato di   circostanze  idonee   a  fornire  la  prova,  di  fatti   decisivi, in  quanto  atti ad orientare  il  giudice  del merito verso una   decisione  diversa  da quella della   sentenza  impugnata.  1.b.   Ha sostenuto, il  giudice  a   quo,  che  la  disponibilita'  ad  adempiere la   prestazione  ex   art. 1220 c.c.  deve  risultare  seria, tempestiva  e completa, con  la  specificazione   delle  modalita'  e dei tempi  di   attuazione della  prestazione  dovuta, non  essendo sufficiente,  la   mera enunciazione della  disponibilita'   medesima all'esecuzione  della  prestazione. Pertanto,   ammesso  pure  che  il  condominio  avesse  manifestato   interesse  ad  eseguire i  lavori  del  cautelare  pretorile,   tuttavia,  lo  stesso  non  poteva  ritenersi   sollevato  dalla   prestazione  per fatto  imputabile  al  creditore.  Per  contro,  il  condominio  sostiene  di   non   comprendere  come  la  condotta  da esso  posta in  essere,  esplicitata con  motivata manifestazione  di  volonta' (verbale  assemblea  09.08.1991);  con  la  indicazione  specifica  delle  modalita' di  esecuzione   (preventivo  di  spesa ed  assunzione  di   oneri connessi  da parte dell'impresa  D.T.A.  ) e  con  la  richiesta  di  accesso per la   esecuzione  della  prestazione   (nota amministratore del 10.08.1991,  piu' volte reiterata)  avesse  potuto  essere   ritenuta inidonea  a  liberare  il  debitore dalla  mora. Il  ragionamento   della  Corte  territoriale  presenterebbe un insanabile contrasto  tra le   circostanze  esaminate e  la  soluzione   giuridica adottata,  tale  da far  ritenere  che   quelle circostanze,  se   considerate,  avrebbero condotto  ad altro  risultato  (Cass.  1,  3.01.1999 n.  2271,  Cass. 04.0  3.2000  n.  2464).   Occorreva, quindi,  verificare  se  in  concreto,  l'offerta   non  formale  dell'obbligato  rivestisse, a   meno,  l'idoneita'  ad  escludere   (o  limitare)  gli  effetti   della   mora sul debitore (Cass.  06.12.2000  n.  15505). 

  3.2.  Violazione dell'art. 1226 c.c. in  relazione  agli artt.  360  n.  3   e 5   c.p.c. -  violazione di   legge  e  contraddittoria motivazione circa  un punto decisivo  della  controversia. È ius receptum  nel nostro   ordinamento  che   l'onere  della  prova del danno  subito  incombe  sul  danneggiato  e che  al  risarcimento dei  datimi  in  via  equitativa si   passa dar luogo  solo  quando, in  presenza  di  un danno  ontologicamente   certo  nella  sua  verificazione, risulti oltre  modo difficile  la   prova del suo  ammontare. Nella specie,  era stata  censurata  la   pronuncia di   primo grado  nella  parte in   cui aveva in  via equitativa,  riconosciuto  al  M. un  maggior rimborso  delle  spese di  locazione, asseritamente  affrontate nel periodo in  cui si  e'  dichiarato  costretto  ad  abbandonare la  sua  abitazione in   misura pari  al  30%  in  considerazione del fatto   che   egli era  stato costretto  a  prendere   in  affitto  un immobile  arredato  (art.  12 l.  392/1978);   allo stesso  modo, si  era  impugnato  il   capo  della  sentenza  che  riconosceva  all'attore  il  diritto  al  rimborso  degli  aumenti ISTAT  sul  canone   di  locazione  per il   periodo di  allontanamento  dalla   casa  di   abitazione.  La  Corte territoriale  ha  ritenuto esatta  la  pronuncia in  quanto  ammissibile  che  si  fosse tenuto  conto di   voci  presuntive quali  la   maggiorazione  prevista  per le  locazioni   di  appartamenti  ammobiliati  ricorrendo ai  criteri di  equita'  voluti  dall'art. 1226  c.c.;  per  cio' che  riguarda  invece,   gli  aumenti ISTAT  sul canone  di  locazione, ha  precisato   che   "secondo  l’id   quod plerunque accidit,  si   puo'  ritenere  che   il  locatore  medio ne faccia  richiesta". L'errore  sarebbe macroscopico perche'   inopportuno si  appalesava  il  richiamo  all'art.  1226 c.c.  e non   conferente   appariva  il  ricorso  a  presunzioni.  In   primo luogo,  perche'  il  criterio  sussidiario indicato  dall'art.  1226 c.c. deve   afferire al  momento della   quantificazione del danno,  dopo che  il  giudice  abbia  effettuato l'indagine   positiva  della  sua  verificazione. Nel nostro  caso, nonostante  la  contestazione,  detta verifica  non  sarebbe stata  effettuata, neppure per presunzione, il  che,  da solo,   avrebbe dovuto  escludere   il  ricorso  all'ipotesi   risarcitoria  sussidiaria di  cui all'art.  1226  c.c..   In  secondo  luogo,  perche', in   mancanza di  qualsiasi riscontro  (il   c.t.u. non  si  era mai recato  sul posto,  ne' effettuato  una  ricognizione, neppure  documentale,  del  mobilio  dell'appartamento), era stata riconosciuta  la   misura  massima della  maggiorazione  prevista  dall'art. 12 l.   392/1978: la  Corte di   Messina avrebbe  usato dell'art. 1226 c.c. con  modalita' esattamente  inverse, dando   per acquisito   il  dato   della   maggiorazione  del 30%  del canoni  per gli  immobili  arredati ed  ha ritenuto,  invece   ed in  via presuntiva,  che  la  locazione  afferisse ad un appartamento  interamente  ammobiliato. In   ultimo,   perche'  il  giudice  a  quo,  immotivatamente  ed apoditticamente   pronunciando,  avrebbe  posto a  base   della   decisione  l'affermazione  secondo   cui sarebbe risultato  "pacifico   che  il   M. lascio'   gran  parte degli  arredi nella   sua  abitazione".   A parte la   circostanza  che,  sul  punto,  il  danneggiato aveva interposto  gravame  incidentale,   lamentando  la  mancata liquidazione  delle  spese  di  rientro  a   casa  (con  il   che  implicitamente confessando di   aver  effettuato un trasloco);  mentre nessuna prova avrebbe fornito  l'attore  in  ordine  a  detta  pretesa  (peraltro  facilmente  dimostrabile) e,  soprattutto  nessun  elemento  neppure induttivo  avrebbe giustificato   l'applicazione  della   misura  massima della  maggiorazione  di   cui all'art.  12 l.  392/1978. Ancora, basterebbe   rileggere  la  descrizione  dei locali e  degli   arredi risultante   dalla  c.t.u. D.  in  sede  di  esecuzione  specifica  dei  lavori,  per convenire  come,  in  tutto il   periodo in  contestazione,  gli   arredi utili  rimasti  in  casa   M. sarebbero  stati  ben  poca  cosa. Per cio' che  attiene, invece,  agli adeguamenti ISTAT,  il  principio  indicato  dalla  Corte di   Messina, secondo  il  quale  la  richiesta  di  adeguamento  da parte del locatore   medio costituirebbe la  regola,   contrasta   con  la  norma   (art.  24 l.  392/1978) che  impone la   necessita'  di  prova scritta  della  richiesta.  Se,  conformemente  alla giurisprudenza, per conseguire  il  diritto  all'adeguamento, il  locatore   deve  provare di   avere formulato richiesta   scritta  ex  art.  24 legge cit.,.  non  avrebbe  parimenti  potuto  assurgere  a  prova,   neppure in  via sussidiaria,  il  regime   delle  presunzioni. 

   3.3.  Violazione degli  artt.  1224 e 1282 c.c. in  relazione  all'art.  360   n.  3   e 5   c.p.c.. Violazione  di  legge,   insufficiente  e contraddittoria motivazione circa  un  punto  decisivo della   controversia. Violazione dell'art.  156  c.p.c. in  relazione  all'art.  360   n.  4  c.p.c.. La  sentenza  di  primo  grado aveva statuito che  il   condominio   dovesse corrispondere  all'attore  la  somma complessiva  di  Euro  45.947,03 a  titolo di  risarcimento dei danni  come  dettagliati in  parte motiva, oltre  interessi  legali  sulla  detta somma  dal 01.03.1991  al  soddisfo.  Il   Condominio   aveva impugnato  detto  capo  di  sentenza  lamentandone  l'erroneita',  dal momento che,  a   leggere il   dispositivo del  titolo impugnato,  la  produzione  degli  interessi  risultava  calcolata  con  decorrenza   dal 01.03.1991  e sull'intero capitale risultante  dalla  sommatoria  di  tutte le  voci  risarcitorie:  al   contrario, la   decorrenza  degli  interessi   doveva  essere  correlata  si   dalla  data   della  domanda   (non  risultando,  nello  specifico,  alcun diverso  atto  di   costituzione  in   mora che  potesse consentire  di   collocare  la  insorgenza  del  fenomeno  pregiudizievole  per parte attrice  al  01.03.1991), ma andava  specificata con  riferimento  alla  maturazione  di  ogni  singola  voce  di  credito. Peraltro,  il  ricorrente  aveva ipotizzato,  che  piu' che  di  un errore   dovesse essersi  trattato  di   una  svista,  giacche, in   motivazione, il  Tribunale  aveva correttamente  individuato   la  decorrenza  degli  interessi  dalle  singole  voci  di  danno.  Il   motivo   di  censura e'  chiaro:  la  somma  finale di   Euro  45.947,03 costituiva   la  risultante  di  una  serie  di   voci  risarcitorie  aventi  tra loro  diversa  causale e  diversa  origine  temporale  e comprendeva,  tra gli  altri,  gli  importi  risarcitori  riconosciuti  per  mancato  uso  dell'alloggio   nel periodo 01.07.1991/28.02.1998  (canoni di  locazione  mensili   e ricevute di  pagamento  per  oneri condominiali,  per complessive  Lire  73.322.258  di   cui Lire  67.546.258  per canoni  e Lire.  5.776.000  per  oneri condominiali.  Pertanto,  l'aver  indicato   genericamente la  decorrenza   degli  interessi  dalla  data  del  01.03.1991  (al piu',   dal 07.05.1991,  data   di  deposito  del ricorso  ex   art. 700   c.p.c.)  e  soprattutto  il  non  aver   tenuto  conto  che   gli  interessi  sui canoni   di  locazione  andavano corrisposti con  riferimento  alle scadenze   delle  singole   mensilita' in  avanti,  costituirebbe  error in  indicando,  fonte di  un onere risarcitorio  ingiustificato   ed illegittimo a  carico  del condominio  ricorrente. Che  l'errore fosse evidente  sarebbe  dimostrato anche  dalla  posizione  processuale  assunta da parte attrice,   che,  dopo aver  precisato   che  sulle  somme da liquidare   in  suo  favore   dovessero essere  calcolati  gli  interessi  per ogni  singola  annualita'  e  ad aver  proposto  specifico   gravame  incidentale,  nelle  more ha notificato  un atto  di   precetto limitando   l'intimazione  sulla  decorrenza   degli  interessi  al  28.02.1998  e riservandosi  di  agire  per la  differenza. Statuendo sul punto,  invece,  la  Corte di   Messina ha affermato che   la  pronuncia  era corretta in  diritto,  avendo, il  Tribunale, fatto  decorrere gli   interessi  sul capitale di   cui  al  condannatorio  dalla  data  di  proposizione della  domanda.  Il   condominio   lamenta  che  l'insanabile  contrasto  tra la   motivazione   ed il  dispositivo della  sentenza   di  primo grado,   tempestivamente denunciato  con  l'atto di  appello, avrebbe  dovuto  essere  ritenuto idoneo  a   produrre  la   sanzione  di  nullita'   della  sentenza  comminata  dagli  artt.  156  e seguenti   c.p.c..  In   secondo  luogo,  lamenta   insufficienza  di  una  motivazione idonea   a  far comprendere  l’ubi   consistam del processo  logico  seguito   dal  giudice   dell'appello:  questi avrebbe ridotto  la   censura ad una  mera  contraddizione, sul  presupposto che  la   doglianza  fosse limitata a  sottolineare   un contrasto  tra la  motivazione (che  indicava  la  decorrenza  degli   interessi  dal  28.02.1998,  data  di   quantificazione del credito  risarcitorio  da parte  del  c.t.u.) ed il  dispositivo  che,  invece,  collocava  la  decorrenza   degli  interessi  dal 01.03.1991.   Ma, soprattutto,  perche'  la  Corte  territoriale  sarebbe incorsa  in   tutta evidenza  in  una  violazione di  legge:   costituendo  sanzione  per  l'inadempimento  di  un'obbligazione,  gli  interessi  non   possono che   decorrere  dalla  data  in  cui  il  diritto   corrispondente,  di  cui  costituiscono accessorio,  viene ad esistenza. Sicche'  non   avrebbero potuto   produrre   interessi  dal  di'  della  domanda  i   canoni   di  locazione   che  l'attore  avrebbe versato negli  anni  successivi  o  le   quote  condominiali asseritamente   corrisposte  in   unica soluzione  allo scadere  del rapporto  locatizio  (Cass.   n.   11695/1990).     3.4.  Violazione dell'art. 1242 c.c. in  relazione  all'art.   360  nn. 3  e  5   c.p.c. Violazione di  legge  e  contraddittoria  motivazione   su  un punto  decisivo della  controversia. L'attore di  primo grado,  anch'egli  insoddisfatto  della   pronuncia del Tribunale, aveva proposto  appello lamentando,  tra l’altro,  la  mancata liquidazione  di  somme  sborsate  per lavori  di  ripristino  non  eseguiti. La  Corte, rilevando  l'omessa  pronuncia del  Tribunale  sul  punto,   ha accolto  la   pretesa nella   misura di  Euro  2.582,00  (gia'  Lire  5.000.000} oltre  interessi,  argomentando  che  il   c.t.u. aveva riconosciuto a   credito  dell'attore il  suddetto  importo  per lavori  non   eseguiti dall'impresa  e  per  lo  spostamento interno  del mobilio  durante la  esecuzione  delle  opere di  ripristino.  Il  ricorrente lamenta   una   poco attenta   disamina  delle  risultanze   processuali.  Risulta,  invero,   dalla  relazione  finale di   consulenza  D.   redatta  in  occasione del ripristino  dell'appartamento   M.  che,  per espressa  convenzione tra le  parti, i  lavori   in  questione  non  fossero  eseguiti, al  fine  di   essere  parzialmente  compensati  con  la  quota di  rifacimento   della  terrazza spettante  a   parte attrice.   Il  mancato esame  di  detti  rilievi,  peraltro sottolineati  sia in   primo  grado che  in   sede  di  appello, costituirebbe vizio  procedimentale  censurabile  in  sede  di   legittimita'.  

  4.  Il   M. resiste  con  controricorso,  chiedendo il  rigetto  del ricorso  principale, e  propone ricorso  incidentale   sulla  base  di   due   motivi.   

 4.1.  Violazione e falsa  applicazione  degli   artt.  1226, 1223 e 2056  c.c. in  relazione   all'art.  360   n.   3  c.p.c.;  insufficiente  e contraddittoria motivazione su  punto decisivo della  controversia ex  art. 360   n.  5   c.p.c.. Con   riferimento  alla componente di  danno  costituita   dal "mancato   uso  dell'alloggio", la  sentenza  di  primo  grado  aveva proceduto alla relativa quantificazione non  gia' rapportando il  danno  al   concreto  esborso che  il   M.  dovette affrontare al  fine   del reperimento di  altro  alloggio (danno  non  solo  assolutamente  certo nella  sua   verificazione, ma anche documentato nel suo  preciso  ammontare), bensi' facendo ricorso, a  seguito   dei  rilievi mossi dal Condominio, al  "criterio  equitativo"  ed individuando  nei  cd. "equo  canone"  un parametro  conferente   con  tale   criterio. Sul  punto  era stato interposto  dal  M. specifico  motivo  di  appello incidentale   (riportato  in  ricorso),  deducendo   di   non   comprendere  perche'   non  si  fosse rimborsato  quanto   effettivamente sborsato.  La  Corte territoriale  riteneva  inconferenti  tali  censure  rispetto alla  determinazione  equitativa effettuata. Il   M.  contesta  tale   ratio  decidendi: a.  in   primis,  difetterebbe l'imprescindibile   presupposto  applicativo  dell'art. 1226 c.c.,   consistente  nell'impossibilita'  di  provare il  danno   nel suo   preciso   ammontare,  avendo egli puntualmente   e ritualmente  documentato tutte le  spese sostenute  a  causa  dell'inabitabilita'  dell'immobile  e  dunque determinato  precisamente  il  danno  sofferto:  il   danno  non  solo   sarebbe stato certo nell'an,  ma altresi'  nel quantum,  con  conseguente  preclusione  della  liquidazione   equitativa. La  quale,  pur rappresentando  in  se', e  cioe'  nel  momento in  cui il  giudice  la  effettua,  un esempio  tipico di   discrezionalita'  vincolata  giudiziale, non  dipende affatto, quanto  al  suo   presupposto, da una  scelta  discrezionale  del giudice, essendo invece  quel  presupposto puntualmente   tipizzato  e specificato dal  legislatore  e   per l'appunto  dall'art. 1226 c.c.  che  risulterebbe  nella   specie   patentemente  violato. Afferma la   Corte di  Appello che  il  ricorso  alla valutazione  equitativa sarebbe stato funzionale ad  una  determinazione  del danno  in   "misura astrattamente  appropriata  alla situazione concreta", essendosi  ritenuta  "eccessiva"  la   spesa realmente sostenuta dal  M.  . Questi si   chiede   chi  e  come abbia provato  nei precedenti gradi che  le   somme da lui  corrisposte  a  titolo  di   canone  erano  "eccessive”  in  relazione  all'equo canone.  E  soprattutto:   chi  e  come abbia provato  che   in   una  situazione  di  emergenza   (qual'era  indubitabilmente quella in  cui  costui   si  trovo',  dovendo  rapidamente sloggiare  dal  proprio  appartamento) egli avrebbe potuto  trovare un  immobile  ad  equo canone. Sarebbe una   petizione  di  principio  -  disobbediente  sia rispetto al  canone  di   logicita'   di   motivazione   (art.  360  n.  5   c.p.c.),  sia ed ancora  una  volta rispetto al  dettato  dell'art. 1226  c.c.  (art.   360  n.  3)  —  affermare che   il  risarcimento richiesto   dal M. ,  e  corrispondente alle spese  che  la  stessa  Corte  d’Appello  afferma "realmente" da questi sostenute, fosse "eccessivo rispetto  all'equo  canone".  L'equo   canone  sarebbe stato  nella  specie  assunto, dalla  Corte d'Appello, come criterio   di  valutazione  equitativa  del  danno.   Ma  cio' non  era  possibile,  perche'  il  danno,  lungi  dall'essere  indeterminabile  nel suo  preciso   ammontare,  era stato invece  puntualmente  determinato. Nell'ambito  di  un giudizio di  diritto  come  quello   ricorrente nella  specie,  piuttosto  che   di   equita'  sostitutiva ex  artt.  113 -114  c.p.,c. (ben  altra  cosa  e' codesta  rispetto alla  c.d.   "equita'  integrativa"  ex  art. 1226  c.c.),   il  giudice  non  potrebbe   puramente  e semplicemente  affermare che  un risarcimento non  e'  dovuto  perche'  e' eccessiva  e cioe'   non   corrispondente al  suo  criterio   di   equita'.  Potrebbe   bensi' affermare, e  percio'  doverosamente accertare  e motivare,  che  quel   danno  non   e'  provato nel suo  preciso  ammontare, ovvero  che   quel  danno  non   e' riconducibile,  secondo   un plausibile   nesso eziologico, alla condotta  dannosa.  Ma la  Corte  d'Appello  non  afferma  ne'  l'una   ne' l'altra  cosa: si   sarebbe limitata erroneamente  a  ricorrere  all'equita'  integrativa   ex   art. 1226 c.c.  in  assoluta carenza del  presupposto  applicativo  della  stessa  e  cioe',  in  buona   sostanza,  avrebbe emesso un giudizio  di  equita'   sostitutiva (in punto di  riduzione  del risarcimento)  in   una  causa che  andava  decisa  secondo  diritto.   Non  vi   sarebbe dubbio  -  e  sarebbe risultato   pacifico  nei  gradi di  merito -  che   la  necessita'  per il   M. di  reperire un  nuovo  alloggio dipese   dall'oramai  acclarata  responsabilita'   del Condominio  in  ordine  alla mancata  esecuzione  dei lavori  di  ripristino  ed impermeabilizzazione  della  terrazza sovrastante  l'appartamento  dello  stesso  M.  . Vi  sarebbe stato dunque  un  danno  immediatamente  e  direttamente derivante  dall'illecito  ascrivibile al   Condominio,  che  avrebbe  dovuto  essere  interamente ristorato  in   base  ai  noti  e  pacifici   principi  che  regolano   la  materia  del risarcimento dei  danni per responsabilita'  extracontrattuale. I  giudici   di  appello  non  avrebbero neppure fornito  adeguata  motivazione (se non   quella apparente dell'eccessivita' delle   somme corrisposte  dal  M.  ) del perche',  pur in  presenza  di  un danno  provato nel suo  preciso  ammontare,  ed  immediatamente e  direttamente riconducibile alla  condotta   dannosa (profilo  questo  del resto mai  contestato in   sede  di  merito) abbiano  inteso  discostarsi dalle  risultanze   processuali  e adottare  una   liquidazione   "equitativa  fortemente  pregiudizievole per il  danneggiato. 

  4.2.  Violazione e falsa  applicazione  dell'art. 112   c.p.c. (omessa  pronuncia) in  relazione  all'art.   360  nn. 3  e  4   c.p.c.. Specifico  motivo  di  impugnazione  incidentale  in  appello era  stato svolto  dal M. con  riferimento  ad  altra  e distinta voce  di  danno,  totalmente  ignorata  dal giudice  di   prime  cure,  nonostante   esplicita  domanda   in  tal senso,  e  cioe'   con  riferimento  al  "danno  da  deprezzamento dell'immobile".  Secondo   quanto  dedotto  a   p.  8   della   "comparsa di   costituzione  in  appello  con  appello incidentale":  "nulla e'  stato riferito   dal c.t.u. V.  ne'  conseguentemente  in  sentenza  circa  i   danni indiretti   e riflessi  subiti dalla  famiglia M. per la  mancata  fruizione   e per il  deprezzamento dell'immobile.  In   merito  ci  si  riporta  alle  conclusioni   di   cui ai  nn. 3.2,  3.3.   3.4 della   comparsa  conclusionale  [di primo grado]". In  quella sede  (p. 16  comparsa  conclusionale   M. in   primo grado),  la  difesa  del  M. ,  confortata dalla   consulenza  di   parte redatta dall'ing. De. (contenente, al   punto 3,  p.  3,  specifica  valutazione  della  voce  di  danno  costituita   dal "deprezzamento  dell'immobile  in   seguito  agli interventi  strutturali")  deduceva  testualmente  quanto  segue:   "nulla e' stato riconosciuto per il   deprezzamento dell'immobile  per il  danno  strutturale.  Infatti,  a  causa di  quanto  verificatosi,  sebbene  il   solaio  dell'immobile  sia stato ristrutturato, non  v'e' dubbio   che  la  situazione odierna non  sia  la  stessa  di   quella  precedente  al  danno.  [....]   per  quest'ultima valutazione  (deprezzamento   dell'immobile)  si  e'  precisato   che   in   una  libera  contrattazione  di  vendita nella  comparazione  di   due  immobili   dello stesso  pregio,   certamente  quello  dell'attore sebbene   ristrutturato, avrebbe un valore  inferiore  a  causa dei  lavori  di   ristrutturazione  eseguiti. Tale  deprezzamento e' stato determinato in  L.  65.000.000,  calcolando il  10%   del  valore  dell'immobile...".  Il   giudice   di  primo grado aveva del  tutto taciuto  incorrendo  in  una  prima ed  evidente  omissione di  pronuncia. Nonostante  la  Corte di   Appello fosse stata chiamata, attraverso specifico   motivo  di   gravame,  a  pronunciarsi su  tale  autonoma  e distinta voce  di   danno,   cosi'  rimediando  alla omessa  pronuncia del Tribunale, nulla  era dato  leggere in   proposito  nella  sentenza  impugnata,  censurato pertanto   anche sotto questo  ulteriore  profilo  e  per violazione dell'art. 112  c.p.c.. Nell’elencare i   motivi  di  doglianza   fatti  valere  dal M. con  l'impugnazione incidentale,   la  Corte di  appello avrebbe  "dimenticato"  totalmente   lo   specifico   motivo  di  censura relativo al  "danno  da  deprezzamento  dell'immobile"   (cfr.  sentenza  impugnata   p.  15:  "in particolare il   M. lamenta:  che   non  si  era  tenuto  conto delle  somme da  lui  concretamente erogate  per la  locazione;  che  la  somma  riconosciutagli  non  era stata corredata  degli  interessi  legali  progressivamente maturati;  che  non  gli   era stata riconosciuta  la  somma  -  di  L.  11. 727.937 (indicata   dal  c.t.u. F.   )  per interventi  di  ripristino  omessi  nei suo  appartamento   ne' le  spese di  reimmissione  nel proprio  appartamento; che  non  si   era tenuto   conto che  il  suo  nucleo  familiare  era composto da cinque  persone,   disponeva di   due  autovetture  e  quindi  le  reali  spese  di  locomozione erano  ben  superiori  a   quelle liquidate;   che   non  erano stati  riconosciuti  danni indiretti  e  riflessi  patiti dal  suo  nucleo  familiare").   Ne'  avrebbe potuto   fondatamente  sostenersi  che  con  tale  ultima  locuzione  (danni  indiretti  e riflessi   patiti dal suo   nucleo   familiare"),  la  Corte avesse  inteso  riferirsi  anche alla  voce  di   danno  in  questione (deprezzamento   dell'immobile).  Il  danno  da  deprezzamento dell'immobile,  da  lui  ritualmente  lamentato sia in  primo che  in   secondo  grado,  sarebbe un danno   diretto  patito  dal proprietario  dell'immobile  (e  non   certo,  dal suo   nucleo..familiare). Con   la  espressione  sopra riportata,  la  Corte  d'Appello  non  potrebbe   essersi  riferita  alla  voce  di   danno  in  questione, e dunque  non  a  tale  voce  potrebbe  riferirsi  la  conclusione  attinta  dai giudici  di   appello secondo  cui il  danno  sarebbe sfornito di   prova.  La  Corte  d'Appello  avrebbe,  gia' nel procedere  all'elencazione  dei motivi di  doglianza  svolti dal  M. e  delle   corrispondenti  voci  di  danno  su  cui  essa  era  chiamata  a  pronunciarsi, dimenticato  la   specifica  voce  in   questione. 

  5.  La  pronuncia riguarda  i  ricorsi  riuniti,   essendo stati   proposti avverso la  medesima sentenza   (art.  335   c.p.c).   

 5.1.  Il  primo  motivo  del ricorso  principale e'  privo di   pregio.     Non  sussiste la  lamentata violazione di  legge e  non  e' stato idoneamente  prospettato  il  dedotto vizio   motivazionale.  Come ripetutamente  affermato da  questa  Corte, in  tema di  risarcimento dei danni,   l'accertamento per l'applicabilita'  della  disciplina   dell'art. 1227 c.c.,  comma 2,  che  esclude  il  risarcimento  con  riguardo   ai  danni che  il  creditore  avrebbe potuto   evitare  usando  l'or

25.06.2012

Spataro

Cassazione

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