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India

India: relazione sull'arresto dei due militari italiani

Dallo stenografico del Senato del 13.3.2012 emerge una situazione: la nave si e' avvicinata all'India per la richiesta della polizia locale di cooperare per identificare dei pirati e, una volta vicina, i militari si sono consegnati per l'azione di forza della polizia locale ed evitare spargimento di sangue. Praticamente una azione di guerra su territorio italiano.
13.03.2012 - pag. 80805 print in pdf print on web

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Signor Presidente, vorrei ora passare ad una breve informativa sul caso dei nostri due militari, dei due marò, il maresciallo Massimiliano La Torre e il sergente Salvatore Girone, detenuti in India. Su questa vicenda vorrei ribadire che è massimo l'impegno del Governo, che ha sempre improntato al principio di collegialità ogni sua decisione su questo caso, ciò anche per garantire coerenza all'azione delle varie amministrazioni coinvolte, in primis difesa, giustizia ed esteri.

Anche la decisione di confermare la mia programmata visita in India è stata sottoposta ad una valutazione preventiva del Governo e, in questo contesto di collegialità, si è inserita pure la mia decisione, immediata al momento dei fatti, di inviare in India il sottosegretario per gli affari esteri de Mistura e il team interministeriale composto da funzionari di alto livello dei Ministeri degli affari esteri, della difesa e della giustizia.

In merito alla vicenda, il 15 febbraio i marò sulla Enrica Lexie hanno comunicato alle autorità italiane di aver registrato, alle ore 18,28 italiane, un attacco da parte di sospetti pirati e di aver messo in atto graduali azioni dissuasive (inclusi colpi di avvertimento), al termine delle quali il naviglio sospetto si è allontanato. Successivamente, alle ore 15 italiane, le autorità indiane hanno chiesto al comandante della Enrica Lexie di dirigersi verso il porto di Kochi, precisando che avevano arrestato alcuni sospetti pirati e necessitavano di una collaborazione per identificare gli autori dell'attacco. Alle ore 15,30 il comando operativo interforze della Difesa ha ricevuto dal capo team del Nucleo militare di protezione - i marò a bordo della Lexie - la comunicazione che la compagnia armatrice aveva deciso di accogliere la richiesta indiana, autorizzando la deviazione della rotta. Quindi, alle ore 17,48 di quel giorno, l'Enrica Lexie è arrivata alla fonda nelle acque territoriali indiane e alle ore 18 il capo team, maresciallo La Torre, ha riferito di aver appreso dalla compagnia armatrice che era circolata la notizia della morte dei due pescatori.

È stato più volte sollevato l'interrogativo sul perché la nave sia entrata nelle acque indiane e sul perché i militari siano scesi terra. L'ho già detto pubblicamente da diverso in tempo, in diverse occasioni: siamo tutti d'accordo che la nave non sarebbe dovuta entrare in acque indiane e i militari, di conseguenza, non avrebbero dovuto essere obbligati a scendere a terra.

Nel primo caso - l'ingresso della nave in acque indiane - si è trattato del risultato di un sotterfugio della polizia locale, in particolare del Centro di coordinamento per la sicurezza in mare di Bombay, che aveva richiesto al comandante della Lexie di dirigersi nel porto di Kochi per contribuire al riconoscimento di alcuni sospetti pirati. Sulla base di questa richiesta, il comandante della Lexie, acquisita l'autorizzazione dell'armatore, decideva di dirigere in porto e il comandante della squadra navale e il Centro operativo interforze della Difesa non avanzavano obiezioni, in ragione di una ravvisata esigenza di cooperazione antipirateria con le autorità indiane, non avendo essi nessun motivo di sospetto.

Nel secondo caso - la consegna dei marò - essa è avvenuta per effetto di evidenti, chiare ed insistenti azioni coercitive indiane.

Tengo a sottolineare che, da Ministro degli affari esteri, non avevo titolo, né autorità, né influenza, per modificare la decisione del comandante della Enrica Lexie. Tuttavia, già da quelle primissime fasi, era urgentissimo riaffermare nei fatti, nei comportamenti concreti e nelle decisioni operative (e non soltanto nelle pur sempre fondamentali dichiarazioni motivate che le autorità del Governo italiano esprimevano), senza alcuna acquiescenza, la nostra ferma opposizione alla pretesa indiana di aver diritto esclusivo ad avviare investigazioni, accertamenti o interrogatori nei confronti del personale a bordo della Enrica Lexie. L'episodio era accaduto, infatti, per unanime riconoscimento, in acque internazionali - esattamente a 22 miglia dalla costa indiana - e, quindi, sicuramente, in una zona che la Convenzione di Montego Bay, la prassi e la dottrina internazionale riconoscono totalmente sottratta alla giurisdizione e alla sovranità dello Stato costiero.

Aggiungo che la missione militare dell'Unione europea «Atalanta», di cui facciamo parte, come sapete, contempla la possibilità di inviare nuclei militari armati posti sotto il comando e il controllo della missione europea e con chiare regole di ingaggio. La presenza di questi nuclei a bordo è conforme anche alla risoluzione dell'ONU che invita tutti i Paesi a contribuire alla lotta alla pirateria al largo delle coste somale e nell'Oceano indiano.

Già da quei primi momenti il Ministro degli esteri, in stretto raccordo con il Ministro della difesa, con quello della giustizia e con la Presidenza del Consiglio, ha impostato una strategia ben definita per quanto riguardava la questione della giurisdizione e ha definito le risposte da dare via via alle pretese indiane. Le risposte sono state innanzitutto guidate dalla situazione che veniva a crearsi a seguito dell'attracco della Lexie nel porto di Kochi e nelle ore successive dall'azione coercitiva, che ho già menzionato, che veniva portata a compimento da oltre 30 uomini armati della sicurezza indiana saliti a bordo per prelevare i nostri marò, il maresciallo La Torre e il sergente Girone, e portarli a terra sotto custodia della polizia locale.

Ora, onorevoli senatori, signor Presidente, io vorrei sottolineare che la consegna e la discesa a terra dei marò sono avvenute nonostante un'opposizione fermamente opposta dalle nostre autorità diplomatiche e militari presenti sulla Lexie. Mi riferisco al console generale Cutillo e all'intero team formato dall'ambasciatore a New Delhi, dall'addetto per la difesa e dagli esperti legali. Una volta avvenuta la consegna alle autorità indiane, un fatto avvenuto con grande spirito di responsabilità e disciplina da parte dei nostri militari, dato che possiamo solo immaginare le ben più gravi conseguenze che avrebbe prodotto una resistenza alle richieste indiane con l'uso della forza e la crisi gravissima che ne sarebbe derivata, l'azione del Governo ha seguito una linea che si è immediatamente e pragmaticamente adeguata ad alcune esigenze prioritarie. La prima è stata quella di ottenere dalle autorità indiane la sicurezza fisica dei nostri militari in un ambiente fortemente ostile che si era subito determinato nell'intero Stato del Kerala alla notizia dell'uccisione dei pescatori. Fanno veramente rabbrividire le immagini pubblicate sulla copertina di alcune riviste locali con le fotografie di La Torre e Girone additati irresponsabilmente come assassini, banditi del mare e uccisori di pescatori. La seconda priorità che il Governo ha seguito è stata quella di eseguire immediatamente tutte le azioni che in primo luogo assicurassero un'efficacia presenza italiana in tutte le indagini a cominciare dalla perizia balistica. È così che abbiamo ottenuto e non senza molte discussioni e difficoltà la partecipazione di due eccezionali esperti in questa materia, appartenenti ai Carabinieri, quali osservatori delle operazioni concernenti questa perizia. In secondo luogo, abbiamo insistito affinché la difesa legale in tutti i gradi di giudizio, a cominciare da quello presso l'alta corte del Kerala sulla nostra eccezione di giurisdizione, che è ancora in corso, e la predisposizione di una difesa per le eventuali fasi successive con il coinvolgimento di avvocati di fiducia indiani, italiani e internazionali avvenisse con costante impegno e presenza di un team qualificatissimo, come dicevo, di giuristi italiani e internazionali. È in tale contesto che, dopo aver attentamente valutato e discusso collegialmente con gli altri Ministri interessati alla situazione, ho deciso di effettuare la mia visita a New Delhi e a Kochi per trovare i nostri marò. Non vi era certo in me, da Ministro degli esteri, alcuna illusione sul fatto che questa visita avrebbe risolto miracolosamente una posizione indiana che era apparsa sin dal primo momento di estrema fermezza e legata anche a sviluppi politici che si stavano maturando in quelle ore e che tuttora stanno proseguendo nello Stato del Kerala. Ho ritenuto però essenziale, come l'hanno fatto gli altri miei colleghi di Governo, che il Ministro degli esteri si recasse personalmente in India per esprimere pubblicamente - cosa che ho fatto - all'opinione pubblica indiana e alle autorità indiane al più alto livello l'assoluta inaccettabilità sul piano giuridico e diplomatico delle pretese e del comportamento indiani.

Abbiamo ritenuto essenziale poter riaffermare, con i miei incontri a New Delhi, i principi fondamentali della sovranità italiana su organi dello Stato italiano quali sono i militari impegnati in azioni internazionali di contrasto alla pirateria e riaffermare la giurisdizione esclusiva italiana su una nave con bandiera italiana in acque internazionali.

Nelle circostanze che si sono venute a creare con l'avvenuta presa, in forma - sottolineo - coercitiva, dei nostri militari da parte indiana, era ancora più importante ottenere dall'India perlomeno una qualche collaborazione affinché le indagine venissero condotte con la presenza di esperti italiani (vedasi la prova balistica) e affinché la dignità, la sicurezza, la possibilità di restare in contatto con i nostri militari venisse sempre e comunque garantita. Questi aspetti sono stati assolutamente centrali alla mia visita in India, così come erano stati oggetti, sin dalle prime ore successive all'evento, della mia immediata telefonata e della mia lettera al ministro degli esteri Krishna, come poi ripresi nella lunga conversazione telefonica che il presidente del Consiglio Mario Monti ha avuto con il primo ministro Singh.

Riporto alcuni elementi sia della lettera che delle conversazioni telefoniche perché vi sia davvero chiarezza sulle posizioni da noi espresse formalmente, per iscritto, e a più riprese anche nei contatti ad alto livello politico.

Nella mia lettera del 17 febbraio, come nella telefonata al ministro Krishna, ho espresso il più vivo rammarico per le due vittime indiane e ho indicato che l'Italia condivide l'obiettivo di stabilire i fatti al di là di ogni dubbio. Ho inoltre aggiunto che il Governo italiano ritiene che sulla base dei principi del diritto internazionale la giurisdizione sul caso appartiene esclusivamente alla magistratura italiana, perché i fatti si sono verificati in un'azione antipirateria, perché quest'azione si è effettuata in acque internazionali su una nave battente bandiera italiana e perché ne sono stati protagonisti militari italiani, organi dello Stato italiano. Ho al contempo sottolineato che le autorità italiane intendono lavorare insieme alla parte indiana per individuare una procedura concordata per stabilire la verità e che a tal fine il Governo aveva deciso l'invio in India di una missione di funzionari di alto livello; cosa che poi è avvenuta con una collaborazione da parte delle autorità indiane. Ho anche rimarcato la forte speranza che le autorità indiane si astenessero da ulteriori azioni unilaterali.

Nel colloquio telefonico con il primo ministro Singh, il presidente Monti ha fermamente ribadito il concetto della giurisdizione italiana sulla base dei principi del diritto internazionale, evidenziando che i nostri marò stavano svolgendo un compito di protezione nell'ambito di una missione internazionale contro la pirateria in conformità a risoluzioni ONU, a raccomandazioni IMO e alla legge italiana.

Il presidente Monti ha inoltre attirato l'attenzione sul fatto che l'episodio rischiava di minare alle radici gli sforzi della comunità internazionale contro la pirateria e di costituire un precedente estremamente pericoloso per tutti i contingenti impegnati in missioni internazionali di pace. Il presidente Monti ha riaffermato anche con fermezza il diritto dei nostri due militari a un trattamento adeguato al loro status di rappresentati dello Stato italiano, in piena sicurezza, e ad avere un alloggio distinto da altri detenuti. Egli ha quindi espresso al Primo Ministro indiano la sensazione che Italia e India devono lavorare assieme per individuare una soluzione basata sulla giustizia e sul diritto internazionale.

Signor Presidente, onorevoli senatori, in tale contesto vorrei soffermarmi un istante sull'eccellente lavoro che, sin dall'inizio di questa complessa vicenda, sta svolgendo l'importante team ad alto livello operante a Kochi e a New Delhi sotto la direzione del sottosegretario agli affari esteri, Staffan De Mistura. Desidero ringraziarli pubblicamente nel modo più sentito. Da quasi un mese, da quando cioè ho deciso d'intesa con la Presidenza del Consiglio e con gli altri Ministri competenti di inviarli in loco, queste persone hanno svolto un lavoro di grande efficacia, in condizioni difficilissime, con molti ostacoli, che ha garantito però la sicurezza, la dignità, la fiducia dei nostri militari e del personale ancora bloccato sulla nave.

Nel frattempo proseguiamo un'azione diplomatica a tutti i livelli ufficiali e riservati (il Presidente del Consiglio, io stesso e gli altri Ministri) con la ferma volontà di assicurare il momento in cui i nostri uomini potranno tornare ai loro cari.

In queste ore la nostra attenzione è rivolta alla prova balistica, all'udienza presso l'Alta Corte sulla questione della giurisdizione, e all'eventuale procedimento penale. Abbiamo avviato un'azione di sensibilizzazione a tutto campo e a tutti i livelli attraverso importanti Paesi amici e organizzazioni internazionali per trovare una soluzione concreta che consenta di riportare a casa i nostri uomini. Abbiamo interessato l'Unione europea e i Paesi membri più influenti del Consiglio di sicurezza dell'ONU, il Segretario generale delle Nazioni Unite, i Paesi a noi più vicini e più amici in Asia e nel Mediterraneo.

Proprio oggi il Presidente del Consiglio, Mario Monti, ha avuto un decisivo colloquio con l'Alto rappresentante dell'Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, Catherine Ashton, la quale gli ha riferito degli ultimi contatti che ha avuto con le autorità indiane. Con l'India, l'Unione europea è legata da un importante rapporto di cooperazione, anche nel campo della lotta alla pirateria.

E il capo della diplomazia europea, che ha concordato, con il Presidente del Consiglio, di rimanere in stretto contatto, era già stata, nei giorni precedenti, da me sensibilizzata alla vicenda, in occasione della riunione informale dei Ministri esteri tenutasi a Copenaghen venerdì e sabato scorso, e, nei giorni precedenti ancora, dal Presidente del Consiglio. In tutti queste occasioni di incontri, di sensibilizzazione, di passi, di attività diplomatiche, ma anche di attività sul piano informale e più riservato, abbiamo ottenuto anche un sostegno pubblico alla posizione italiana, espresso alla stampa, da parte di importanti Paesi nella preoccupazione condivisa del grande pericolo che il precedente indiano possa avere gravi ripercussioni negative sull'efficacia delle operazioni internazionali di contrasto della pirateria e del terrorismo.

I nostri partner internazionali sono soprattutto preoccupati (e lo sono quanto noi, in molti casi) dagli effetti della negazione del principio fondamentale che i militari impegnati all'estero in missioni autorizzate dalla comunità internazionale debbano essere giudicati dai loro Paesi, cioè dai Paesi ai quali i militari appartengono, e non dai Paesi nei quali si svolgono le operazioni di pace o dei mari territoriali nei quali si svolgono le operazioni antipirateria.

13.03.2012

Spataro

Terzi - Senato

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