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Condominio: la ripartizione delle spese in assenza delle tabelle millesimali

Cassazione civile, sez. II, 16 febbraio 2012, n. 2237
Il condomino, il quale ritenga che la ripartizione della spesa abbia avuto luogo in contrasto con tale criterio, e' tenuto ad impugnare la deliberazione indicando in quali esatti termini la violazione di esso abbia avuto luogo e quale pregiudizio concreto ed attuale gliene derivi.
20.03.2012 - pag. 80798 print in pdf print on web

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 Svolgimento del processo   
Con atto di citazione notificato il 6 agosto 1999 G.A., G.P.A., nonche' la L.I. s.r.L, nella qualita' di proprietari di  appartamenti e locati facenti parte dell’immobile sito in (omissis), evocavano, dinanzi al Tribunale di Bari, il  Condominio dello stesso stabile per sentire dichiarare la nullita' della Delib. assembleare adottata il giorno  7.5.1999, con la quale era stato approvato il rendiconto della gestione relativa al precedente anno 1998 per  essere stata la ripartizione delle spese operata in assenza delle tabelle millesimali di cui il condominio era  sprovvisto.

Instaurato il contraddittorio, nella resistenza del convenuto, che spiegava riconvenzionale per ottenere il  pagamento delle somme risultanti dal rendiconto, il Tribunale adito, espletata istruttoria, rigettava la  domanda attorea e in accoglimento di quella riconvenzionale, condannava G.A. al pagamento di Euro  425,48, G.P. alla corresponsione di Euro 1.104,53 e la L.I. alla rifusione di Euro 978,56, oltre ad interessi.  

 In virtu' di rituale appello interposto da entrambi i G., unitamente alla L.I. s.r.L, con il quale lamentavano la  nullita' della decisione per mancata trascrizione delle conclusioni rassegnate dalle parti, nel mer ito, il  travisamento dei fatti essendo comprovata la mancata approvazione delle tabelle millesimali e la non  accettazione dei rendiconti che nel tempo erano stati oggetto di sconti e transazione in favore dei G., la  Corte di Appello di Bari, nella resistenza dell’appellato, rigettava l’appello. 
 A sostegno dell’adottata sentenza, la corte territoriale evidenziava che quanto all’addebito di errores in  procedendo doveva trovare applicazione il principio a mente del quale la mancata, erronea o incompleta  trascrizione delle conclusioni delle parti costituiva fattore invalidante della decisione solo quando aveva  comportato il mancato esame da parte del giudice delle richieste delle parti, o un travisamento delle stesse,  tale da condurre alla valutazione di aspetti  diversi da quelli trattati, ipotesi non ricorrente nel caso di specie  ove il giudice unico aveva ampiamente apprezzato le deduzioni delle parti e le loro allegazioni, consentendo  di ricavare i temi oggetto del dibattito processuale. 
 Quanto al secondo moti vo, ancora in rito, riguardante l’ordine del giudice di produzione degli originali degli  atti allegati dal Condominio a seguito di disconoscimento degli stessi da parte degli appellanti, per  violazione del principio dispositivo, rilevava che lungi dal sost ituirsi all’iniziativa della parte, si era avvalso  del potere riconosciutogli dall’art. 210 c.p.c..

Aggiungeva, nel merito, che la contestazione circa la ripartizione delle spese adottata con la delibera de qua  era priva di valido fondamento trattandosi di  uso consolidato delle tabelle millesimali approntate a cura del  Condominio, anche se non formalmente approvate, essendo peraltro ininfluenti la serie di difformita'  riferite nella individuazione dei millesimi dei condomini lungo tutto il periodo considerat o (1983-1998),  essendo stati nel tempo attribuiti agli appellanti sostanzialmente i medesimi valori (millesimi 311,41/312).   Avverso l’indicata sentenza della Corte di Appello di Bari hanno proposto ricorso per cassazione i condomini  G. e la L.I., che risul ta articolato su due motivi, al quale ha resistito il Condominio con controricorso.    

 Motivi della decisione   

 Con il primo motivo i ricorrenti lamentano la nullita' della sentenza e/o del procedimento per violazione  degli artt. 112 e 132 c.p.c. in relazione  all’art. 360 c.p.c., n. 4, nonche' la omessa, insufficiente o  contraddittoria motivazione circa un fatto determinante. Premesso che in ipotesi di errores in procedendo  la Cassazione diviene anche giudice del fatto, per cui al giudice di legittimita' spettere bbe il potere-dovere di  procedere direttamente all’esame e all’interpretazione degli atti processuali, i ricorrenti deducono la  violazione del principio di corrispondenza tra il chiesto ed il pronunciato ex art. 112 c.p.c. insistendo nella  eccezione di nullita' della decisione del giudice di prime cure per mancata o carente trascrizione delle  conclusioni rassegnate dalle parti, costituendone contenuto essenziale, come contemplato dall’art. 132  c.p.c. Aggiungono i ricorrenti che detto vizio della sentenza del  giudice di primo grado si sarebbe esteso  anche alla decisione della corte di merito, ai sensi dell’art. 159 c.p.c. Il motivo va disatteso. 
 Occorre premettere che il giudice di appello ha correttamente evidenziato come la censura riguardante  l’omessa trasc rizione delle conclusioni nell’epigrafe della sentenza di primo grado importerebbe la nullita'  della sentenza solo quando le conclusioni effettivamente rassegnate non siano state esaminate, di guisa  che sia mancata, in concreto, una decisione su domande ed eccezioni ritualmente proposte, mentre,  quando dalla motivazione risulti che le conclusioni siano state effettivamente esaminate (come si riscontra  puntualmente nei caso di specie), il vizio si risolve in una semplice imperfezione formale, irrilevante ai f ini  della validita' della sentenza (in tal senso, Cass. Cass. 1 giugno 2010 n. 13435; Cass. SS.UU. 24 ottobre 2005  n. 20469; Cass. 22 luglio 2004 n. 13785).

Pacifico il principio che precede, consolidato nella giurisprudenza di legittimita', si osserva che nella specie,  e' certo -  oltre ogni ragionevole dubbio - che i giudici di appello hanno accertato che il giudice di prime cure  ha tenuto presenti tutte le conclusioni rassegnate dai ricorrenti e da condominio resistente in occasione  delle udienze dedicate alla precisazione delle conclusioni in primo grado, ancorche' non tutte siano state  trascritte nella intestazione della sentenza. È sufficiente, al riguardo, tenere presente che la Corte di appello  di Bari ha iniziato l’esame delle censure mosse dai G.  -  Lancaster Italia alla pronuncia del primo giudice (cfr.pagg. 5 -  6 della sentenza) proprio da detta doglianza per dedurne la genericita', tanto da non avere indicato  gli appellanti quale “delle domande formulate siano state dalla sentenza travisate od omesse”.

Una volta accertato che, almeno sostanzialmente, la decisione di primo grado aveva tutti i requisiti richiesti  dalla legge, non puo' imputarsi al giudice di appello la mancata osservanza dell’obbligo di accertamento  della validita' della medesima pronuncia,  neanche quanto alla corrispondenza fra chiesto e pronunciato.
Ed invero, tale obbligo sarebbe in concreto sorto soltanto se il giudice di primo grado avesse omesso di  esaminare una questione sottoposta al suo vaglio dalle parti, per cui essendo errato lo stesso presupposto  illustrato dai ricorrenti, quanto alla mancata trascrizione della conclusioni, viene meno anche l’ulteriore  deduzione.
Con il secondo motivo i ricorrenti lamentano la violazione dell’art. 1123 c.c. e dell’art. 210 c.p.c. in relazione  all ’art. 360 c.p.c., n. 3, nonche' la omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto  controverso, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 5 per noti avere il giudice del gravame attribuito alcun pregio alla  circostanza rilevata dagli appellanti p er cui il giudice di prime cure, disconosciuti i documenti prodotti dal  Condominio in copia, rimetteva la causa sul ruolo per consentire al convenuto la produzione degli originali,  con patente violazione del principio dispositivo, invocato impropriamente in quella sede l’art. 210 c.p.c..   Insistono i ricorrenti che tutto cio' inciderebbe, quanto ai merito, sulla valutazione circa la inesistenza di  tabelle millesimali regolarmente approvate per la ripartizione delle spese. Anche questa censura va  disattesa.
  Il   provvedimento di cui all’art. 210 c.p.c. e' espressione di una facolta' discrezionale rimessa al prudente  apprezzamento del giudice del merito, che pertanto non e' tenuto a indicare le ragioni per le quali ritiene di  avvalersi o non del relativo potere ed i  cui esercizio non puo' quindi formare oggetto di ricorso per  cassazione, neppure sotto il profilo del difetto di motivazione (v., tra le altre, Cass. 2 febbraio 2006 n. 2262),  motivazione di cui peraltro la sentenza impugnata non e' priva, avendo la Corte d’ appello esposto in  maniera esauriente le ragioni della propria decisione sul punto, spiegando che l’attivita' istruttoria svolta dal  giudice di prime cure trovava conferma nell’esigenza di acquisire documenti sufficientemente individuati ed  indispensabili i n quanto diretti a riconoscere l’esistenza di un fatto decisivo, non altrimenti determinabile.

Prosegue il giudice del gravame che “eventualmente dell’ordine avrebbe dovuto dolersi il condominio, per  le conseguenze negative che gliene potevano derivare dal l’impossibilita' (o anche solo difficolta') di  produzione”.
Appare opportuno aggiungere, quanto alla doglianza relativa alla mancata valutazione dai giudici di merito  dell’avere i ricorrenti disconosciuto i documenti prodotti in copia dal condominio, che il  disconoscimento  della conformita' di una copia fotostatica all’originale di una scrittura  -  secondo il consolidato insegnamento  di questa corte -  non ha gli stessi effetti dei disconoscimento previsto dall’art. 215 c.p.c., comma 2, perche'  mentre quest’ultim o, in mancanza di richiesta di verificazione e di esito positivo di questa, preclude  l’utilizzazione della scrittura, il primo non impedisce che il giudice possa accertare la conformita' all’originale  anche attraverso altri mezzi di prova, comprese le presu nzioni. Ne consegue che l’avvenuta produzione in  giudizio della copia fotostatica di un documento, se impegna la parte contro la quale il documento e'  prodotto a prendere posizione sulla conformita' della copia all’originale, tuttavia, non vincola il giudice  all’avvenuto disconoscimento della riproduzione, potendo egli apprezzarne l’efficacia rappresentativa (cfr  Cass. 3 febbraio 2006 n. 2419; Cass. 15 giugno 2004 n. 11269; Cass. 4 marzo 2004 n. 4395; Cass. 26 gennaio  2000 n. 866).
Per cio' che attiene, infine, alla determinazione circa la non necessita' di valide tabelle millesimali per la  ripartizione delle spese inerenti le cose comuni, la censura, in primis inammissibile in quanto del tutto  generica, non merita comunque accoglimento.  

 La ripartizione di una spesa condominiale puo', infatti, essere deliberata anche in mancanza di appropriata  tabella millesimale purche' nel rispetto della proporzione tra la quota di essa posta a carico di ciascun  condomino e la quota di proprieta' esclusiva a questi appartenente, d ato che il criterio per determinare le  singole quote preesiste ed e' indipendente dalla formazione della tabella derivando dal rapportala il valore  della proprieta' singolare quello dell’intero edificio. 

Ne consegue che il condomino, il quale ritenga che la  ripartizione della spesa abbia avuto luogo in contrasto con tale criterio, e' tenuto ad impugnare la  deliberazione indicando in quali esatti termini la violazione di esso abbia avuto luogo e quale pregiudizio  concreto ed attuale gliene derivi. Nella specie,   la corte di merito ha evidenziato come i ricorrenti non  avessero indicato per quali concreti motivi, con riferimento a violazione di specifici parametri tecnici, la  ripartizione di spesa approvata dall’assemblea fosse lesiva dei loro diritti, per cui la domanda,  presentandosi generica per indeterminatezza della questione gia' posta in sede di merito, riprodotta negli  stessi termini nel ricorso, rappresenta motivo di inammissibilita' della doglianza, in quanto in contrasto con  il principio di autosufficienza  del ricorso per cassazione, non e' formulata in guisa da consentire al giudice di  legittimita' la valutazione, sia pure in astratto, della questione ai fini di una pronuncia della controversia in  senso difforme da quella cui e' pervenuto il giudice del merito   (v. Cass. 3 dicembre 1999 n. 13505 e di  recente, Cass. 10 febbraio 2009 n. 3245).   Il ricorso viene pertanto rigettato, con conseguente condanna dei ricorrenti a rimborsare al resistente le  spese del giudizio di cassazione.  

   P.Q.M.  

   La Corte, rigetta il ricorso e condanna i ricorrenti alla rifusione delle spese del giudizio di Cassazione, che  liquida in complessivi Euro 2.000,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre accessori, come per legge.

20.03.2012

Spataro

Cassazione

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