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Sentenze

Una macchina in seconda fila può perfezionare il reato di violenza privata

Giunge, dirompente, sulla quotidiana e deprecabile prassi del parcheggio in seconda fila la sentenza della prima sezione penale della Corte di cassazione, in cui si conferma la condanna a quindici giorni di reclusione inflitta ad un automobilista che si era rifiutato di spostare la macchina parcheggiata in
seconda fila impedendo così ad un’altra vettura di uscire.


26.07.2005 - pag. 58 print in pdf print on web

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Giunge, dirompente, sulla quotidiana e deprecabile prassi del parcheggio in seconda fila la sentenza della prima sezione penale della Corte di cassazione, in cui si conferma la condanna a quindici giorni di reclusione inflitta ad un automobilista che si era rifiutato di spostare la macchina parcheggiata in seconda fila impedendo così ad un’altra vettura di uscire.

Giunge, dirompente, sulla quotidiana e deprecabile prassi del parcheggio in seconda fila la sentenza della prima sezione penale della Corte di cassazione, in cui si conferma la condanna a quindici giorni di reclusione inflitta ad un automobilista che si era rifiutato di spostare la macchina parcheggiata in seconda fila impedendo così ad un’altra vettura di uscire.

 


Corte di cassazione, Sez. I Pen., sentenza del 2005 n. 24614 (Pres. Gemelli; Rel. Fabbri)

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 9-2-2004 la Corte di Appello di Roma, giudicando in sede di rinvio dopo l'annullamento, da parte della Corte di Cassazione, di una precedente sentenza di assoluzione, condannava C.L. alla pena di giorni quindici di reclusione per il reato di cui all'art.610 c.p. . La corte distrettuale, premesso che la Corte di Cassazione aveva stabilito che il reato di cui all'art. 610 c.p. resta integrato ogni volta che la condotta dell'agente sia idonea a produrre una coazione personale del soggetto passivo, privandolo della libertà di determinarsi e di agire in piena autonomia, osservava che la condotta del C., consistita nell'avere parcheggiato la propria autovettura dietro quella di C.M. e nell'avere posto un rifiuto all'invito di quest'ultimo di spostarla per potersi allontanare, aveva imposto una cauzione ad un comportamento non liberamente voluto.

Avverso la predetta sentenza ricorre il C., tramite il suo difensore, deducendo con il primo motivo il vizio di motivazione e con il secondo la violazione di legge per l'incompleta applicazione del principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, sull'assunto che il giudice del rinvio non ha rivalutato il merito e non ha spiegato perché la condotta dell'agente ha integrato una coazione personale né quale è stata la condotta alla quale la parte offesa è stata costretta.

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è manifestamente infondato e pertanto deve essere dichiarato inammissibile, con le conseguenze indicate nel dispositivo non risultando l'assenza di colpa nella determinazione della causa di inammissibilità.

Invero il provvedimento impugnato ha correttamente applicato il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione - in forza del quale il reato ascritto doveva ritenersi integrato in base ad ogni condotta idonea a costituire una coazione della parte offesa - ed ha scrupolosamente individuato sia la condotta attiva, costituita dall'avere parcheggiato la propria autovettura in modo da bloccare quella della parte offesa e nel rifiuto dell'invito a spostarla, sia la coazione subita dal C., costretto ad un comportamento non liberamente voluto (cioè a restare fermo, come risulta dal capo di imputazione).

P.Q.M. Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di Î . 500,00 alla cassa delle ammende.

26.07.2005

Stilo

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