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    "La relazione tra verita' e potere e' da sempre controversa e conflittuale, quasi che la verita' sia strutturalmente condannata all'impotenza e il potere alla menzogna" - David Bidussa


    Sciopero

    Come scioperano gli avvocati: il testo della Commissione di Garanzia Scioperi

    COMMISSIONE DI GARANZIA

    PER L’ATTUAZIONE DELLA LEGGE SULLO SCIOPERO

    NEI SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI

    Delibera n. 02/137 Regolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati e

    procuratori legali (pos. 9172)

    Seduta: 4.7.2002

    LA COMMISSIONE

    su proposta dei Proff. Ghezzi, Pinelli e Santoni, ha adottato all’unanimità la

    seguente delibera:

    PREMESSO

    1. che un primo “codice di autoregolamentazione dello stato di agitazione

    dell’Avvocatura”, deliberato in data 19.1.1996 dall’Organismo Unitario

    dell’Avvocatura Italiana, e trasmesso alla Commissione con nota del 3.4.1996,

    venne valutato non idoneo con delibera n. 231/5.1 dell’11.7.1996;

    2. che neppure un successivo “codice di autoregolamentazione delle

    astensioni forensi dalle attività giudiziarie”, approvato congiuntamente dalle Giunte

    dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana e dell’Unione delle Camere Penali

    Italiane il 6.6.1997, inviato alla Commissione in data 11.6.1997, ottenne un giudizio

    di idoneità da parte della Commissione, la quale invece, con delibera n. 97/447 del

    12.6.1997, ebbe ad invitare le associazioni in parola a “rivederlo ed integrarlo” alla

    luce delle osservazioni critiche contenute nella delibera medesima;

    3. che in data 23.10.2000, le associazioni di cui al “considerato” che precede

    hanno ritrasmesso alla Commissione ulteriore copia del predetto codice di

    autoregolamentazione del 6.6.1997, integrato il 30.3.2000;

    4. che le “revisioni ed integrazioni” di cui al rammentato invito della

    Commissione – relative, in particolare, al contenuto delle prestazioni indispensabili

    – non sono, tuttavia, state compiute, ed anzi, a tale proposito, il testo inviato alla

    Commissione il 23.10.2000 è simile, nella sua sostanza, a quello risalente al

    6.6.1997;

    5. che l’art. 2 della legge n. 83/2000 fissa un termine di sei mesi dalla data di

    entrata in vigore della legge stessa, decorsi i quali, qualora i codici di

    autoregolamentazione non siano stati ancora adottati, la Commissione di garanzia,

    compiuta la procedura rammentata nel “considerato” n. 7, “delibera la provvisoria

    regolamentazione”;

    6. che, tuttavia, il termine di cui al punto che precede, fissato dalla legge per

    l’emanazione dei codici di autoregolamentazione del lavoro autonomo, ivi compreso

    quello professionale, ovvero per il loro adeguamento alla legge di riforma, è

    scaduto, senza che la Commissione abbia ricevuto notizie ufficiali in ordine, per lo

    meno, a tale adeguamento;

    7. che, di conseguenza, per accertare se sussista una concreta possibilità di

    adozione di un codice di autoregolamentazione, la Commissione ha convocato

    l’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana e l’Unione delle Camere Penali

    Italiane, già autori congiunti del codice di autoregolamentazione del 6.6.1997

    (supra, “considerati” n. 2, 3 e 4), con l’esplicita avvertenza che, in caso di mancata

    autoregolamentazione, la Commissione avrebbe comunque provveduto, con propria

    delibera, ai sensi e secondo la procedura di cui all’art. 13, comma 1, lett. a), alla

    formulazione di una proposta – come richiede la legge – “sull’insieme delle

    prestazioni, procedure e misure da considerarsi indispensabili”, e, se del caso, ad una

    provvisoria regolamentazione (delibera n. 02/78 del 2.5.2002);

    8. che l’audizione in parola si è svolta il 22.5.2000, con esito interlocutorio:

    registrandosi una favorevole convergenza di opinioni, tra i rappresentanti delle

    menzionate organizzazioni, sulla necessità, per lo meno, di predeterminare la durata

    delle singole astensioni collettive ispirandosi a criteri di progressività; di prevedere,

    in caso di reiterazione della protesta, una ragionevole distanza di tempo; di

    contemplare l’obbligo di comunicare le motivazioni della protesta stessa, dedicando

    una accurata regolamentazione alla comunicazione dell’astensione collettiva, e

    descrivendo altresì una più completa disciplina delle prestazioni indispensabili, da

    salvaguardare anche durante i periodi di astensione; ma emergendo, al contempo,

    anche alcune propensioni a riproporre i termini dei problemi sollevati dalle

    astensioni collettive degli Avvocati dalle udienze in sede politica e parlamentare;

    9. che, infine, la Commissione ha formulato, nella seduta del 23.5.2002, ai

    sensi di quanto dispongono l’art. 2 bis, comma 1, e l’art. 13, comma 1, lett. a) della

    l. n. 146/1990, così come novellata dalla l. n. 83/2000, nonchè ai sensi dell’art. 2,

    comma 2, di quest’ultima, una proposta sull’insieme delle prestazioni, procedure e

    misure da considerare indispensabili, avvertendo le associazioni interessate che, in

    caso di mancata pronuncia da parte loro , nel rispetto di quanto previsto dall’art. 13,

    lett. a) , terzo e quarto periodo della legge citata, avrebbe adottato con propria

    delibera la prevista provvisoria regolamentazione, comunicandola – come recita la

    norma da ultimo citata – alle parti interessate, “che sono tenute ad osservarla, agli

    effetti dell’art. 2, comma 3 (della legge stessa) fino al raggiungimento”, nel caso, di

    un codice di autoregolamentazione valutato idoneo;

    10. che la proposta in parola è stata notificata all’Organismo Unitario

    dell’Avvocatura Italiana ed all’Unione delle Camere Penali Italiane in data,

    rispettivamente, del 28 e del 29.5.2002, e comunicata altresì, con nota del 23.5.2002,

    alle Organizzazioni dei Consumatori e degli Utenti riconosciute ai sensi della legge

    n. 281/1998;

    11. che, con lettera del 31.5.2002, l’Unione Nazionale Consumatori ha

    espresso parere favorevole, riguardo alla menzionata proposta, “in ordine alle

    prestazioni minime che saranno prestate in occasione di sciopero”;

    12. che, invece, l’Unione delle Camere Penali Italiane ha comunicato, con

    lettera del 24.6.2002, di aver deliberato, “allo stato”, “anche per i motivi già espressi

    durante l’audizione del maggio u.s., di non pronunziarsi sulla proposta medesima e

    di rinunciare altresì alle audizioni previste dall’art. 13, lett. a) della legge”; mentre,

    parallelamente, anche l’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana, con lettera del

    26.6.2002, ha reso noto che il medesimo, “allo stato, non intende modificare il

    proprio codice di autoregolamentazione, ritenendolo comunque conforme ai principi

    generali e ritenendo in ogni caso sussistere quelle motivazioni politiche che hanno

    indotto anche l’OUA a contestare la competenza della Commissione”, ribadendo

    pertanto, anch’esso, di non volersi pronunziare sul merito della proposta ed

    espressamente rinunciando, esso pure, alle audizioni previste dall’art. 13, lett. a)

    della legge: aggiungendo, infine, che “la questione deve essere affrontata dal punto

    di vista politico anche in relazione ai precisi impegni parlamentari assunti a monte

    dell’approvazione della legge n. 83/2000”;

    13. che le comunicazioni di cui al “premesso” che precede valgono, con ogni

    chiarezza, quali espresse dichiarazioni di indisponibilità, ai sensi dell’art. 13, lett. a),

    terzo periodo della menzionata legge, ad elaborare il richiesto codice di

    autoregolamentazione o comunque a modificare quello di cui ai “premesso” nn. 2, 3

    e 4;

    14. che, pertanto, sono presenti tutte le condizioni legislativamente previste

    per l’emanazione di una delibera di provvisoria regolamentazione ai sensi dell’art.

    13, lett. a), terzo e quarto periodo, della legge n. 146/1990, come riformulata dalla

    legge n. 83/2000;

    CONSIDERATO

    1. che la l. n. 146/1990, all’art. 1, comma 1, lett. a), individua

    “l’amministrazione della giustizia, con particolare riferimento ai provvedimenti

    restrittivi della libertà personale ed a quelli cautelari ed urgenti, nonchè ai processi

    penali con imputati in stato di detenzione”, come un servizio pubblico essenziale

    rientrante nel campo di applicazione della legge medesima;

    2. che la Corte costituzionale, con sentenza n. 171/1996, ha riaffermato

    l’esigenza del rispetto, nel caso di astensioni collettive degli avvocati dalle attività

    giudiziarie e di udienza, di un congruo termine di preavviso e di un ragionevole

    limite temporale, nonchè di strumenti idonei a individuare (e assicurare) le

    prestazioni essenziali durante l’astensione;

    3. che, pertanto, la Commissione ha ribadito, in parecchie circostanze, la

    soggezione delle astensioni collettive degli avvocati dalle udienze – quantunque

    qualificate come esercizio di facoltà ricompresa nel diritto di associazione – almeno

    ai principi fondamentali della l. n. 146/1990: principi tra i quali non può non

    ricomprendersi la competenza e quindi il possibile intervento della Commissione

    stessa;

    4. che, successivamente, la l. n. 83/2000, confermando tale interpretazione, ha

    espressamente incluso, col suo art. 2 (divenuto l’art. 2 bis della l. n. 146/1990), nel

    campo di applicazione della normativa in questione, anche le astensioni collettive

    dalle prestazioni contrattualmente convenute poste in essere dai professionisti;

    5. che il comma 1 del citato art. 2 bis della l. n. 146/1990, così come novellata

    dalla menzionata legge di riforma n. 83/2000, prevede la doverosità, nei casi in

    esame, del “rispetto di misure dirette a consentire l’erogazione delle prestazioni

    indispensabili”di cui all’art. 1 (vedasi, supra, il “considerato” n. 1), ed afferma che

    la Commissione “promuove l’adozione, da parte delle associazioni o degli organismi

    di rappresentanza” del lavoro autonomo, ivi compreso quello prestato dai

    professionisti, “di codici di autoregolamentazione che realizzino, in caso di

    astensione collettiva, il contemperamento con i diritto della persona

    costituzionalmente tutelati”;

    6. che, secondo tale norma, i codici in parola “devono in ogni caso prevedere

    un termine di preavviso non inferiore” a quello, tipico, di dieci giorni, nonchè

    “l’indicazione della durata e delle motivazioni dell’astensione collettiva”; e debbono

    altresì “assicurare in ogni caso un livello di prestazioni compatibile con le finalità”

    (di contemperamento nell’esercizio di diritti costituzionali e di effettività, anche di

    fronte all’esercizio del diritto di sciopero, nel loro contenuto essenziale, dei diritti

    costituzionali della persona) “di cui al comma 2 dell’art. 1”;

    7. che, a proposito delle prestazioni indispensabili, sono emersi, negli

    orientamenti seguiti dalla Commissione e anche nell’audizione di cui al

    “considerato” n. 8, alcuni nodi problematici riguardanti, in particolarissimo modo, la

    materia del processo penale;

    8. che non pochi dubbi ha infatti sollevato, negli orientamenti fino ad ora

    seguiti dalla Commissione, la lett. e dell’art. 4 del codice di autoregolamentazione

    del 6.6.1997, dalla quale si desume chiaramente, che l’imputato detenuto possa

    “non” chiedere espressamente “che sia celebrata l’udienza” (ove lo chieda, invece,

    lo stesso codice non consente la possibilità dell’astensione vuoi del difensore di

    fiducia, vuoi di quello d’ufficio); analoghi dubbi sono stati sollevato anche riguardo

    alla lett. b dello stesso art. 4;

    9. che, ad un primo esame, non sembrerebbe invero riscontrarsi, nella lett. e di

    quell’art. 4, quella ratio fondamentale di non sacrificare in alcun caso il bene

    supremo della libertà personale, che ispira, ad es., le lett. c e d del medesimo art. 4;

    10. che, più in specifico, la previsione in parola si pone, presa a se stante, e al

    di fuori di un più ampio contesto interpretativo, in letterale contrasto con quanto

    dispone l’art. 1, lett. a, della stessa l. 146/1990 (non riformata, sul punto, dalla l.

    83/2000), che ha inteso garantire il servizio essenziale dell’amministrazione della

    giustizia “con particolare riferimento ai processi con imputati detenuti”;

    11. che, in effetti, il codice di autoregolamentazione adottato in data 16 giugno

    2001 dalla Associazione nazionale magistrati (valutato idoneo con delibera n.

    01/100 del 13 settembre 2001) riprende testualmente, senza differenziazione alcuna,

    il disposto di legge;

    12. che, tuttavia, non può trarsi, a tale proposito, un meccanico parallelismo

    con quanto si legge nel codice di autoregolamentazione della magistratura ordinaria,

    stante il ben diverso rapporto che intercorre tra l’imputato ed il suo difensore:

    rapporto fiduciario di inequivocabile fonte contrattuale, ed al quale -per quanto

    svolto all’interno d’un ordinamento professionale che ne regola inderogabilmente le

    più tipiche ed esclusive modalità di esercizio (rappresentanza, assistenza, difesa in

    giudizio e diretta collaborazione con il giudice nel corso del processo)- viene

    comunemente attribuito carattere personale ed infungibile;

    13. che, nella previsione in parola, può invece esser colto e sottolineato

    l’aspetto di una scelta, da parte dell’imputato detenuto (il quale può sempre chiedere

    che il processo si faccia subito anche in caso di astensione collettiva degli avvocati

    dall’udienza), in cui si estrinseca una particolare modalità di esercizio del diritto di

    difesa da parte dell’imputato medesimo, qualitativamente non dissimile dal

    significato che rivestono altre facoltà processuali espressamente previste dalla

    legge, quali, ad es., la facoltà di rinunzia all’impugnazione della sentenza di

    condanna a pena detentiva immediatamente eseguibile (art. 589 c.p.p.), ovvero la

    mancata proposizione della richiesta di riesame di provvedimenti che dispongono

    misure coercitive (art. 309 c.p.p.), o, ancora, su un piano più generale, la stessa

    mancata richiesta dell’imputato “che si proceda in assenza del difensore impedito”

    (art. 420 ter, comma 5, c.p.p., nel testo innovato dalla legge 479/1999);

    14. che, in effetti, si tratta, nel caso, come in quelli contemplati dalla stessa

    legge, rammentati nel “considerato” che precede, di un’ipotesi nella quale l’imputato

    sceglie, benchè detenuto, di non attivare la possibilità contingente di difesa offertagli

    dal momento processuale, determinando allora la scelta stessa, come unica

    conseguenza pratica, un mero differimento dell’opportunità di esercizio del diritto di

    difesa;

    15. che possa richiamarsi, al riguardo, anche l’insegnamento che si legge nella

    sentenza n. 0125/1979 della Corte costituzionale, là ove si afferma che, se

    “l’imputato non può rinunziare ai diritti inviolabili dei quali è titolare, né può

    disporre delle garanzie che gli derivano dalle norme costituzionali”, egli può, ciò

    non di meno, “astenersi dal compiere concrete e contingenti attività difensive intese

    a far valere quei diritti, senza che, per altro, da suo questo suo atteggiamento possa

    dedursi una rinunzia ad essi, alla possibilità cioè di farli valere in un momento

    successivo del procedimento, o, comunque, anche dopo la conclusione di esso, nei

    modi e salve le preclusioni che fossero stabilite dalla legge processuale in termini

    costituzionalmente corretti”;

    16. che la fattispecie in esame è del tutto indifferente rispetto ai termini

    massimi di custodia cautelare (art. 304 c.p.p.), e che la sospensione dei detti termini

    che ne deriva determina altresì, (almeno) per gli imputati detenuti, la sospensione

    anche del decorso della prescrizione del reato, a norma dell’art. 159, comma 1, c.p.;

    17. che anzi, a tale ultimo proposito, va rilevato come le Sez. unite penali della

    Corte di cassazione (11 gennaio 2002, imp. Cremonese) abbiano recentemente

    enunciato il principio di diritto secondo il quale l’art. 159, comma 1, c.p. deve

    essere addirittura interpretato nel senso che “la sospensione o il rinvio del

    procedimento o del dibattimento hanno effetti sospensivi della prescrizione, anche

    se l’imputato non è detenuto, in ogni caso in cui siano disposti per impedimento

    dell’imputato o del suo difensore, salvo quando siano disposti per esigenze di

    acquisizione della prova o in seguito al riconoscimento di un termine a difesa” (e la

    giurisprudenza prevalente riconosce che il c.d. “sciopero” degli avvocati costituisce

    legittimo impedimento del difensore che abbia tempestivamente comunicato la sua

    adesione all’astensione proclamata dalle associazioni di categoria: Cass., sez. IV,

    pen, 5 aprile 1996, imp. Chillocchi);

    18. che, in conclusione, dai citati indirizzi giurisprudenziali emerge una linea

    che conforta pienamente la tesi, i cui punti salienti in termini costituzionali sono i

    seguenti:

    1) il diritto di difesa è irrinunciabile in via di principio

    2) altro è la rinuncia, cioè la spoliazione della titolarità del diritto, e altro è “il

    rifiuto di (id est, nel nostro caso, la rinunzia ad) acconsentire al compimento

    di determinate attività difensive”, che riguarda le modalità di esercizio del

    diritto e che non può comportare “preclusione assoluta allo svolgimento di

    altre ulteriori” (vedasi ancora la citata sentenza n. 0125/1979 della Corte

    costituzionale);

    3) la facoltà attribuita all’imputato detenuto di acconsentire a che il proprio

    difensore si astenga dalle udienze in ragione di un’adesione all’astensione

    proclamata dalle associazioni rappresentative della categoria professionale

    degli avvocati può rientrare nel concetto esposto sub 2), a condizione di

    rispettare i limiti cui la stessa giurisprudenza dianzi citata fa riferimento.

    Laddove infatti l’astensione si protraesse oltre la singola udienza, o poche e

    consecutive al massimo, e prima ancora non si prevedessero limiti alla

    proclamazione e all’effettuazione delle astensioni, verrebbe violato il canone

    di ragionevolezza, con la conseguenza che il carattere irrinunciabile del

    diritto di difesa verrebbe svuotato del proprio significato;

    19. che, in effetti, la facoltà di scelta dell’imputato in stato di detenzione, se

    investe direttamente, considerata a sé stante, soltanto il tema delle modalità di

    esercizio del diritto alla difesa, non esclude che, di fatto pur se indirettamente, la

    stessa garanzia della libertà personale (sancita, anzitutto, non per il difensore, ma per

    il difeso: art. 24 Cost.) possa venir concretamente incisa dalle protesta collettiva

    degli avvocati, specie ove questa sia protratta nel tempo o ripetuta;

    20. che, di conseguenza, lo scopo del contemperamento tra diritti costituzionali

    (nel caso: quello alla difesa ed alla libertà personale da un lato, e quello, d’altro lato,

    che si manifesta nella libertà di coalizione degli avvocati, da cui discende il loro

    diritto di astensione collettiva dalle udienze: Corte cost. n. 171/1976), scopo in cui si

    rinviene la stessa ragion d’essere dell’operato della Commissione di garanzia, debba

    indurre a predeterminare, come si è detto, talune modalità di esercizio della facoltà

    dell’imputato detenuto (modalità per altro conformi al generale canone di

    ragionevolezza) di non chiedere la celebrazione dell’udienza;

    21. che tali limiti, nella fattispecie, vadano individuati tanto nella stessa

    ricorrenza di tutti i requisiti derivanti dalla legge o dal codice di

    autoregolamentazione che rendono legittima l’astensione de qua, quanto sul piano

    temporale;

    22. che, pertanto, la facoltà dell’imputato detenuto, di cui si parla, possa essere

    consentita solo per un tempo limitato –che la Commissione stima pari a non più di

    tre udienze consecutive-, e, in ogni caso, soltanto, complessivamente, per una volta

    nel corso di astensioni collettive dalle udienze ritualmente proclamate dagli organi a

    ciò abilitati dal codice di autoregolamentazione e riferite, in via esclusiva o

    prevalente, alla medesima motivazione;

    23. che, conclusivamente, la Commissione è ormai, allo stato, in grado di

    formulare la provvisoria regolamentazione prevista dall’art. 13, comma 1, lett. a)

    della legge, riprendendo in parte significativa lo stesso codice di

    autoregolamentazione, più volte citato, del 6.6.1997, ma rivedendone ed

    integrandone alcune disposizioni;

    24. che la Commissione non ritiene infatti di scostarsi significativamente dal

    testo di cui al “considerato” che precede, pur rilevando talune anomalie che esso

    presenta (ad es., la previsione di doveri di informazione a carico di soggetti che non

    intendano aderire all’astensione, doveri che in realtà si risolvono in richiami ai

    canoni di correttezza professionale propri dell’ordinamento deontologico forense);

    25. che, con riferimento ai casi in cui le organizzazioni proclamanti non sono

    tenute al rispetto del termine di preavviso, la formula “astensioni proclamate in

    difesa .... delle garanzie essenziali del processo” va intesa come ricompresa nelle

    ipotesi che immediatamente la precedono (“difesa dell’ordine costituzionale” e

    reazione a “gravi attentati ai diritti fondamentali del cittadini”);

    26. che deve essere, comunque, ricompresa, nell’ambito delle prestazioni

    essenziali, con riferimento ai processi civili, la garanzia dei procedimenti ex art. 28 l.

    n. 300/1970, per quanto attiene alla loro fase di cognizione sommaria, e di quelli

    aventi ad oggetto licenziamenti individuali e collettivi e trasferimenti;

    27. che, in ogni caso, e quanto sopra premesso e ritenuto, la Commissione

    ribadisce la propria competenza in tema di astensioni collettive degli Avvocati dalle

    udienze, ai sensi dell’art. 2 bis, comma 1, della legge n. 83/2000, non dispiegando

    alcun effetto, sotto il profilo del diritto vigente, eventuali diverse propensioni emerse

    durante o a conclusione del dibattito parlamentare diretto all’approvazione della

    legge n. 83/2000, e delibera pertanto la seguente

    REGOLAMENTAZIONE PROVVISORIA

    DELL’ASTENSIONE COLLETTIVA DEGLI AVVOCATI

    DALL’ATTIVITA’ GIUDIZIARIA

    Articolo 1

    1. La presente normativa disciplina le modalità dell’astensione collettiva degli

    avvocati dall’attività giudiziaria, di seguito denominata “astensione”, al fine di

    garantire il godimento dei diritti della persona, la libertà e la dignità

    dell’avvocatura, nonché il diritto di azione e di difesa tutelato dall’art. 24 della

    Costituzione e di assicurare le prestazioni indispensabili di cui ai successivi art. 4

    e 5.

    Articolo 2

    1. L’astensione è proclamata con congruo preavviso di almeno dieci giorni

    prima dell’inizio della stessa e con l’indicazione delle specifiche motivazioni

    e della sua durata, al fine di consentire ai titolari degli uffici giudiziari di

    predisporre le misure che si possano rendere necessarie.

    2. Della proclamazione e della specifica motivazione dell’astensione è data

    immediata notizia al Presidente della Corte d’Appello e ai Presidenti degli

    uffici giudiziari civili, penali, amministrativi e tributari interessati, nonché -

    anche quando l’astensione riguardi un singolo distretto o circondario - al

    Ministro della Giustizia ed agli altri Ministri eventualmente competenti. I

    soggetti sindacali proclamanti sono inoltre tenuti a darne pubblica

    comunicazione, nelle forme adeguate, almeno cinque giorni prima dell’inizio

    dell’astensione.

    3. Potrà non essere rispettato l’obbligo di preavviso ai sensi anche dell’art. 2,

    comma 7 della l. n. 146/1990 come modificata ed integrata dalla l. n.

    83/2000, nei soli casi in cui l’astensione venga proclamata in difesa

    dell’ordine costituzionale ovvero per gravi attentati ai diritti fondamentali dei

    cittadini e alle garanzie essenziali del processo.

    4. L’astensione, anche in caso di successive proclamazioni da parte del

    medesimo o di altro soggetto sindacale, non può protrarsi nel medesimo

    ambito per cui è proclamata per oltre trenta giorni consecutivi ovvero

    calcolati nell’arco di un trimestre. Superato tale termine, una nuova

    astensione riguardante il medesimo ambito di riferimento è consentita, quale

    che sia il soggetto sindacale proclamante, e qualora sia riferita, in misura

    esclusiva o prevalente, alla medesima motivazione, per la stessa durata

    massima, soltanto decorsi ulteriori novanta giorni. In ogni caso, la prima

    astensione, quale ne sia la motivazione, non può eccedere sette giorni. Tali

    limitazioni non si applicano nei casi in cui è prevista la proclamazione

    dell’astensione senza preavviso.

    Articolo 3

    1. Nel processo civile, amministrativo e tributario, se taluna delle parti costituite

    che non stanno in giudizio personalmente non compare nell’udienza fissata

    durante lo svolgimento dell’astensione, le parti o una di esse potranno

    chiedere al giudice di fissare una nuova udienza immediatamente successiva

    allo scadere dell’astensione.

    2. Nell’ambito del procedimento penale, il difensore che non intende aderire alla

    astensione proclamata deve comunicare prontamente tale sua decisione

    all’autorità procedente ed agli altri difensori costituiti.

    3. Nel processo civile, amministrativo e tributario, l’avvocato che non aderisca

    alla astensione deve informare preventivamente gli altri difensori costituiti o

    di cui conosca la presenza nel processo e, ove questi aderiscano alla

    astensione, è tenuto a non compiere atti pregiudizievoli per le altre parti in

    causa.

    4. Per le udienze che possono celebrarsi anche in assenza del difensore, questi,

    qualora intenda astenersi, deve darne comunicazione all’autorità procedente.

    5. Il diritto di astensione può essere esercitato in ogni stato e grado del processo

    sia dal difensore di fiducia che da quello di ufficio.

    Articolo 4

    1. L’astensione non è consentita nella materia penale in riferimento:

    a) alle udienze di convalida dell’arresto e del fermo, a quelle afferenti misure

    cautelari, agli interrogatori ex art. 294 del codice di procedura penale,

    all’incidente probatorio, al giudizio direttissimo e al compimento degli atti

    urgenti di cui all’articolo 467 del codice di procedura penale, nonché ai

    procedimenti e processi concernenti reati la cui prescrizione maturi durante il

    periodo di astensione, ovvero, se pendenti nella fase delle indagini preliminari,

    entro 360 giorni, se pendenti in grado di merito, entro 180 giorni, se pendenti nel

    giudizio di legittimità, entro 90 giorni;

    b) nei procedimenti e nei processi in relazione ai quali l’imputato si trovi in stato di

    custodia cautelare o di detenzione, ove l’imputato chieda espressamente,

    analogamente a quanto previsto dall’art. 420 ter comma 5 (introdotto dalla l. n.

    479/1999) del codice di procedura penale, che si proceda malgrado l’astensione

    del difensore. In tal caso il difensore, di fiducia o d’ufficio, non si considera

    legittimamente impedito ed ha l’obbligo di non astenersi.

    2. Tuttavia, anche quando l’imputato sottoposto a custodia cautelare o a

    detenzione non formuli l’espressa richiesta di cui al comma 1, lett. b),

    l’astensione sarà consentita, se riferita in via esclusiva o prevalente alla stessa

    motivazione, per non più di tre udienze consecutive per ogni grado del

    giudizio e, in ogni caso, soltanto per una volta nel corso di ciascuna

    astensione ritualmente proclamata.

    Articolo 5

    1. L’astensione non è consentita, in riferimento alla materia civile, nei

    procedimenti relativi:

    a) a provvedimenti cautelari, allo stato e alla capacità delle persone, ad alimenti,

    alla comparizione personale dei coniugi in sede di separazione o di divorzio e

    all’affidamento di minori;

    b) alla repressione della condotta antisindacale, nella fase di cognizione sommaria

    prevista dall’art. 28 della l. n. 300/1970, ed ai procedimenti aventi ad oggetto

    licenziamenti individuali o collettivi ovvero trasferimenti, anche ai sensi della

    normativa di cui al d.lgs. n. 165/2001;

    c) a controversie per le quali è stata dichiarata l’urgenza ai sensi dell’art. 92,

    comma 2, del r.d. n. 12/1941 e successive modificazioni ed integrazioni;

    d) alla dichiarazione o alla revoca dei fallimenti;

    e) alla convalida di sfratto, alla sospensione dell’esecuzione, alla sospensione o

    revoca dell’esecutorietà di provvedimenti giudiziali.

    2. L’astensione non è consentita, in riferimento alla materia amministrativa e

    tributaria:

    a) nei procedimenti cautelari e urgenti;

    b) nei procedimenti relativi a questioni elettorali.

    Articolo 6

    1. I comportamenti individuali con i quali si attua l’astensione debbono essere

    rigorosamente conformi alla deontologia professionale e alle prescrizioni fissate

    negli atti che l’hanno proclamata, in quanto compatibili con la presente

    regolamentazione.

    2. Rimane ferma, quanto alle violazioni delle disposizioni concernenti la

    proclamazione e l'attuazione dell'astensione, oltre a quanto previsto dagli artt. 2

    bis e 4, comma 4 della l. 146/1990 così come riformulati dalla l. n. 83/2000,

    anche l’eventuale valutazione dei Consigli dell’Ordine in sede di esercizio

    dell’azione disciplinare.

    AVVERTE

    che la provvisoria regolamentazione di cui alla presente delibera è vincolante

    per le parti ai sensi dell’art. 2, comma 3 della legge n. 146/1990, come modificata

    dalla legge n. 83/2000, e cioè fino al raggiungimento di un codice di

    autoregolamentazione valutato idoneo;

    che, come previsto dalla legge n. 146/1990, modificata dalla legge n.

    83/2000, in caso di inosservanza delle disposizioni contenute nella provvisoria

    regolamentazione, si applicheranno, valutate le cause di insorgenza, le sanzioni

    previste dall’art, 4, comma 4 della stessa legge. Resta fermo, altresì, quanto previsto

    dall’art. 4, comma 4 ter della medesima legge n. 146/1990, come modificata dalla

    legge n. 83/2000;

    DISPONE

    la notifica della presente delibera all’Organismo Unitario dell’Avvocatura

    Italiana e all’Unione delle Camere Penali Italiane e la sua trasmissione ai Presidenti

    delle Camere, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia,

    nonchè al Consiglio Nazionale Forense;

    DISPONE INOLTRE

    ai sensi dell’art. 13, lett. l) della legge n. 146/1990 come modificata dalla legge

    n. 83/2000, la pubblicazione della regolamentazione provvisoria di cui alla presente

    delibera sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.

    18.04.2007 - pag. 42062 print in pdf print on web

    C

    COMMISSIONE DI GARANZIA PER L’ATTUAZIONE DELLA LEGGE SULLO SCIOPERO
    NEI SERVIZI PUBBLICI ESSENZIALI
    Delibera n. 02/137 Regolamentazione delle astensioni dalle udienze degli avvocati e
    procuratori legali (pos. 9172)
    Seduta: 4.7.2002
    LA COMMISSIONE
    su proposta dei Proff. Ghezzi, Pinelli e Santoni, ha adottato all’unanimità la
    seguente delibera:
    PREMESSO
    1. che un primo “codice di autoregolamentazione dello stato di agitazione
    dell’Avvocatura”, deliberato in data 19.1.1996 dall’Organismo Unitario
    dell’Avvocatura Italiana, e trasmesso alla Commissione con nota del 3.4.1996,
    venne valutato non idoneo con delibera n. 231/5.1 dell’11.7.1996;


    2. che neppure un successivo “codice di autoregolamentazione delle
    astensioni forensi dalle attività giudiziarie”, approvato congiuntamente dalle Giunte
    dell’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana e dell’Unione delle Camere Penali
    Italiane il 6.6.1997, inviato alla Commissione in data 11.6.1997, ottenne un giudizio
    di idoneità da parte della Commissione, la quale invece, con delibera n. 97/447 del
    12.6.1997, ebbe ad invitare le associazioni in parola a “rivederlo ed integrarlo” alla
    luce delle osservazioni critiche contenute nella delibera medesima;

    3. che in data 23.10.2000, le associazioni di cui al “considerato” che precede
    hanno ritrasmesso alla Commissione ulteriore copia del predetto codice di
    autoregolamentazione del 6.6.1997, integrato il 30.3.2000;

    4. che le “revisioni ed integrazioni” di cui al rammentato invito della
    Commissione – relative, in particolare, al contenuto delle prestazioni indispensabili
    – non sono, tuttavia, state compiute, ed anzi, a tale proposito, il testo inviato alla
    Commissione il 23.10.2000 è simile, nella sua sostanza, a quello risalente al
    6.6.1997;

    5. che l’art. 2 della legge n. 83/2000 fissa un termine di sei mesi dalla data di
    entrata in vigore della legge stessa, decorsi i quali, qualora i codici di
    autoregolamentazione non siano stati ancora adottati, la Commissione di garanzia,
    compiuta la procedura rammentata nel “considerato” n. 7, “delibera la provvisoria
    regolamentazione”;

    6. che, tuttavia, il termine di cui al punto che precede, fissato dalla legge per
    l’emanazione dei codici di autoregolamentazione del lavoro autonomo, ivi compreso
    quello professionale, ovvero per il loro adeguamento alla legge di riforma, è
    scaduto, senza che la Commissione abbia ricevuto notizie ufficiali in ordine, per lo
    meno, a tale adeguamento;

    7. che, di conseguenza, per accertare se sussista una concreta possibilità di
    adozione di un codice di autoregolamentazione, la Commissione ha convocato
    l’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana e l’Unione delle Camere Penali
    Italiane, già autori congiunti del codice di autoregolamentazione del 6.6.1997
    (supra, “considerati” n. 2, 3 e 4), con l’esplicita avvertenza che, in caso di mancata
    autoregolamentazione, la Commissione avrebbe comunque provveduto, con propria
    delibera, ai sensi e secondo la procedura di cui all’art. 13, comma 1, lett. a), alla
    formulazione di una proposta – come richiede la legge – “sull’insieme delle
    prestazioni, procedure e misure da considerarsi indispensabili”, e, se del caso, ad una
    provvisoria regolamentazione (delibera n. 02/78 del 2.5.2002);

    8. che l’audizione in parola si è svolta il 22.5.2000, con esito interlocutorio:
    registrandosi una favorevole convergenza di opinioni, tra i rappresentanti delle
    menzionate organizzazioni, sulla necessità, per lo meno, di predeterminare la durata
    delle singole astensioni collettive ispirandosi a criteri di progressività; di prevedere,
    in caso di reiterazione della protesta, una ragionevole distanza di tempo; di
    contemplare l’obbligo di comunicare le motivazioni della protesta stessa, dedicando
    una accurata regolamentazione alla comunicazione dell’astensione collettiva, e
    descrivendo altresì una più completa disciplina delle prestazioni indispensabili, da
    salvaguardare anche durante i periodi di astensione; ma emergendo, al contempo,
    anche alcune propensioni a riproporre i termini dei problemi sollevati dalle
    astensioni collettive degli Avvocati dalle udienze in sede politica e parlamentare;

    9. che, infine, la Commissione ha formulato, nella seduta del 23.5.2002, ai
    sensi di quanto dispongono l’art. 2 bis, comma 1, e l’art. 13, comma 1, lett. a) della
    l. n. 146/1990, così come novellata dalla l. n. 83/2000, nonchè ai sensi dell’art. 2,
    comma 2, di quest’ultima, una proposta sull’insieme delle prestazioni, procedure e
    misure da considerare indispensabili, avvertendo le associazioni interessate che, in
    caso di mancata pronuncia da parte loro , nel rispetto di quanto previsto dall’art. 13,
    lett. a) , terzo e quarto periodo della legge citata, avrebbe adottato con propria
    delibera la prevista provvisoria regolamentazione, comunicandola – come recita la
    norma da ultimo citata – alle parti interessate, “che sono tenute ad osservarla, agli
    effetti dell’art. 2, comma 3 (della legge stessa) fino al raggiungimento”, nel caso, di
    un codice di autoregolamentazione valutato idoneo;

    10. che la proposta in parola è stata notificata all’Organismo Unitario
    dell’Avvocatura Italiana ed all’Unione delle Camere Penali Italiane in data,
    rispettivamente, del 28 e del 29.5.2002, e comunicata altresì, con nota del 23.5.2002,
    alle Organizzazioni dei Consumatori e degli Utenti riconosciute ai sensi della legge
    n. 281/1998;

    11. che, con lettera del 31.5.2002, l’Unione Nazionale Consumatori ha
    espresso parere favorevole, riguardo alla menzionata proposta, “in ordine alle
    prestazioni minime che saranno prestate in occasione di sciopero”;

    12. che, invece, l’Unione delle Camere Penali Italiane ha comunicato, con
    lettera del 24.6.2002, di aver deliberato, “allo stato”, “anche per i motivi già espressi
    durante l’audizione del maggio u.s., di non pronunziarsi sulla proposta medesima e
    di rinunciare altresì alle audizioni previste dall’art. 13, lett. a) della legge”; mentre,
    parallelamente, anche l’Organismo Unitario dell’Avvocatura Italiana, con lettera del
    26.6.2002, ha reso noto che il medesimo, “allo stato, non intende modificare il
    proprio codice di autoregolamentazione, ritenendolo comunque conforme ai principi
    generali e ritenendo in ogni caso sussistere quelle motivazioni politiche che hanno
    indotto anche l’OUA a contestare la competenza della Commissione”, ribadendo
    pertanto, anch’esso, di non volersi pronunziare sul merito della proposta ed
    espressamente rinunciando, esso pure, alle audizioni previste dall’art. 13, lett. a)
    della legge: aggiungendo, infine, che “la questione deve essere affrontata dal punto
    di vista politico anche in relazione ai precisi impegni parlamentari assunti a monte
    dell’approvazione della legge n. 83/2000”;

    13. che le comunicazioni di cui al “premesso” che precede valgono, con ogni
    chiarezza, quali espresse dichiarazioni di indisponibilità, ai sensi dell’art. 13, lett. a),
    terzo periodo della menzionata legge, ad elaborare il richiesto codice di
    autoregolamentazione o comunque a modificare quello di cui ai “premesso” nn. 2, 3
    e 4;

    14. che, pertanto, sono presenti tutte le condizioni legislativamente previste
    per l’emanazione di una delibera di provvisoria regolamentazione ai sensi dell’art.
    13, lett. a), terzo e quarto periodo, della legge n. 146/1990, come riformulata dalla
    legge n. 83/2000;


    CONSIDERATO


    1. che la l. n. 146/1990, all’art. 1, comma 1, lett. a), individua
    “l’amministrazione della giustizia, con particolare riferimento ai provvedimenti
    restrittivi della libertà personale ed a quelli cautelari ed urgenti, nonchè ai processi
    penali con imputati in stato di detenzione”, come un servizio pubblico essenziale
    rientrante nel campo di applicazione della legge medesima;
    2. che la Corte costituzionale, con sentenza n. 171/1996, ha riaffermato
    l’esigenza del rispetto, nel caso di astensioni collettive degli avvocati dalle attività
    giudiziarie e di udienza, di un congruo termine di preavviso e di un ragionevole
    limite temporale, nonchè di strumenti idonei a individuare (e assicurare) le
    prestazioni essenziali durante l’astensione;
    3. che, pertanto, la Commissione ha ribadito, in parecchie circostanze, la
    soggezione delle astensioni collettive degli avvocati dalle udienze – quantunque
    qualificate come esercizio di facoltà ricompresa nel diritto di associazione – almeno
    ai principi fondamentali della l. n. 146/1990: principi tra i quali non può non
    ricomprendersi la competenza e quindi il possibile intervento della Commissione
    stessa;
    4. che, successivamente, la l. n. 83/2000, confermando tale interpretazione, ha
    espressamente incluso, col suo art. 2 (divenuto l’art. 2 bis della l. n. 146/1990), nel
    campo di applicazione della normativa in questione, anche le astensioni collettive
    dalle prestazioni contrattualmente convenute poste in essere dai professionisti;
    5. che il comma 1 del citato art. 2 bis della l. n. 146/1990, così come novellata
    dalla menzionata legge di riforma n. 83/2000, prevede la doverosità, nei casi in
    esame, del “rispetto di misure dirette a consentire l’erogazione delle prestazioni
    indispensabili”di cui all’art. 1 (vedasi, supra, il “considerato” n. 1), ed afferma che
    la Commissione “promuove l’adozione, da parte delle associazioni o degli organismi
    di rappresentanza” del lavoro autonomo, ivi compreso quello prestato dai
    professionisti, “di codici di autoregolamentazione che realizzino, in caso di
    astensione collettiva, il contemperamento con i diritto della persona
    costituzionalmente tutelati”;
    6. che, secondo tale norma, i codici in parola “devono in ogni caso prevedere
    un termine di preavviso non inferiore” a quello, tipico, di dieci giorni, nonchè
    “l’indicazione della durata e delle motivazioni dell’astensione collettiva”; e debbono
    altresì “assicurare in ogni caso un livello di prestazioni compatibile con le finalità”
    (di contemperamento nell’esercizio di diritti costituzionali e di effettività, anche di
    fronte all’esercizio del diritto di sciopero, nel loro contenuto essenziale, dei diritti
    costituzionali della persona) “di cui al comma 2 dell’art. 1”;
    7. che, a proposito delle prestazioni indispensabili, sono emersi, negli
    orientamenti seguiti dalla Commissione e anche nell’audizione di cui al
    “considerato” n. 8, alcuni nodi problematici riguardanti, in particolarissimo modo, la
    materia del processo penale;
    8. che non pochi dubbi ha infatti sollevato, negli orientamenti fino ad ora
    seguiti dalla Commissione, la lett. e dell’art. 4 del codice di autoregolamentazione
    del 6.6.1997, dalla quale si desume chiaramente, che l’imputato detenuto possa
    “non” chiedere espressamente “che sia celebrata l’udienza” (ove lo chieda, invece,
    lo stesso codice non consente la possibilità dell’astensione vuoi del difensore di
    fiducia, vuoi di quello d’ufficio); analoghi dubbi sono stati sollevato anche riguardo
    alla lett. b dello stesso art. 4;
    9. che, ad un primo esame, non sembrerebbe invero riscontrarsi, nella lett. e di
    quell’art. 4, quella ratio fondamentale di non sacrificare in alcun caso il bene
    supremo della libertà personale, che ispira, ad es., le lett. c e d del medesimo art. 4;
    10. che, più in specifico, la previsione in parola si pone, presa a se stante, e al
    di fuori di un più ampio contesto interpretativo, in letterale contrasto con quanto
    dispone l’art. 1, lett. a, della stessa l. 146/1990 (non riformata, sul punto, dalla l.
    83/2000), che ha inteso garantire il servizio essenziale dell’amministrazione della
    giustizia “con particolare riferimento ai processi con imputati detenuti”;
    11. che, in effetti, il codice di autoregolamentazione adottato in data 16 giugno
    2001 dalla Associazione nazionale magistrati (valutato idoneo con delibera n.
    01/100 del 13 settembre 2001) riprende testualmente, senza differenziazione alcuna,
    il disposto di legge;
    12. che, tuttavia, non può trarsi, a tale proposito, un meccanico parallelismo
    con quanto si legge nel codice di autoregolamentazione della magistratura ordinaria,
    stante il ben diverso rapporto che intercorre tra l’imputato ed il suo difensore:
    rapporto fiduciario di inequivocabile fonte contrattuale, ed al quale -per quanto
    svolto all’interno d’un ordinamento professionale che ne regola inderogabilmente le
    più tipiche ed esclusive modalità di esercizio (rappresentanza, assistenza, difesa in
    giudizio e diretta collaborazione con il giudice nel corso del processo)- viene
    comunemente attribuito carattere personale ed infungibile;
    13. che, nella previsione in parola, può invece esser colto e sottolineato
    l’aspetto di una scelta, da parte dell’imputato detenuto (il quale può sempre chiedere
    che il processo si faccia subito anche in caso di astensione collettiva degli avvocati
    dall’udienza), in cui si estrinseca una particolare modalità di esercizio del diritto di
    difesa da parte dell’imputato medesimo, qualitativamente non dissimile dal
    significato che rivestono altre facoltà processuali espressamente previste dalla
    legge, quali, ad es., la facoltà di rinunzia all’impugnazione della sentenza di
    condanna a pena detentiva immediatamente eseguibile (art. 589 c.p.p.), ovvero la
    mancata proposizione della richiesta di riesame di provvedimenti che dispongono
    misure coercitive (art. 309 c.p.p.), o, ancora, su un piano più generale, la stessa
    mancata richiesta dell’imputato “che si proceda in assenza del difensore impedito”
    (art. 420 ter, comma 5, c.p.p., nel testo innovato dalla legge 479/1999);
    14. che, in effetti, si tratta, nel caso, come in quelli contemplati dalla stessa
    legge, rammentati nel “considerato” che precede, di un’ipotesi nella quale l’imputato
    sceglie, benchè detenuto, di non attivare la possibilità contingente di difesa offertagli
    dal momento processuale, determinando allora la scelta stessa, come unica
    conseguenza pratica, un mero differimento dell’opportunità di esercizio del diritto di
    difesa;
    15. che possa richiamarsi, al riguardo, anche l’insegnamento che si legge nella
    sentenza n. 0125/1979 della Corte costituzionale, là ove si afferma che, se
    “l’imputato non può rinunziare ai diritti inviolabili dei quali è titolare, né può
    disporre delle garanzie che gli derivano dalle norme costituzionali”, egli può, ciò
    non di meno, “astenersi dal compiere concrete e contingenti attività difensive intese
    a far valere quei diritti, senza che, per altro, da suo questo suo atteggiamento possa
    dedursi una rinunzia ad essi, alla possibilità cioè di farli valere in un momento
    successivo del procedimento, o, comunque, anche dopo la conclusione di esso, nei
    modi e salve le preclusioni che fossero stabilite dalla legge processuale in termini
    costituzionalmente corretti”;
    16. che la fattispecie in esame è del tutto indifferente rispetto ai termini
    massimi di custodia cautelare (art. 304 c.p.p.), e che la sospensione dei detti termini
    che ne deriva determina altresì, (almeno) per gli imputati detenuti, la sospensione
    anche del decorso della prescrizione del reato, a norma dell’art. 159, comma 1, c.p.;
    17. che anzi, a tale ultimo proposito, va rilevato come le Sez. unite penali della
    Corte di cassazione (11 gennaio 2002, imp. Cremonese) abbiano recentemente
    enunciato il principio di diritto secondo il quale l’art. 159, comma 1, c.p. deve
    essere addirittura interpretato nel senso che “la sospensione o il rinvio del
    procedimento o del dibattimento hanno effetti sospensivi della prescrizione, anche
    se l’imputato non è detenuto, in ogni caso in cui siano disposti per impedimento
    dell’imputato o del suo difensore, salvo quando siano disposti per esigenze di
    acquisizione della prova o in seguito al riconoscimento di un termine a difesa” (e la
    giurisprudenza prevalente riconosce che il c.d. “sciopero” degli avvocati costituisce
    legittimo impedimento del difensore che abbia tempestivamente comunicato la sua
    adesione all’astensione proclamata dalle associazioni di categoria: Cass., sez. IV,
    pen, 5 aprile 1996, imp. Chillocchi);
    18. che, in conclusione, dai citati indirizzi giurisprudenziali emerge una linea
    che conforta pienamente la tesi, i cui punti salienti in termini costituzionali sono i
    seguenti:
    1) il diritto di difesa è irrinunciabile in via di principio
    2) altro è la rinuncia, cioè la spoliazione della titolarità del diritto, e altro è “il
    rifiuto di (id est, nel nostro caso, la rinunzia ad) acconsentire al compimento
    di determinate attività difensive”, che riguarda le modalità di esercizio del
    diritto e che non può comportare “preclusione assoluta allo svolgimento di
    altre ulteriori” (vedasi ancora la citata sentenza n. 0125/1979 della Corte
    costituzionale);
    3) la facoltà attribuita all’imputato detenuto di acconsentire a che il proprio
    difensore si astenga dalle udienze in ragione di un’adesione all’astensione
    proclamata dalle associazioni rappresentative della categoria professionale
    degli avvocati può rientrare nel concetto esposto sub 2), a condizione di
    rispettare i limiti cui la stessa giurisprudenza dianzi citata fa riferimento.
    Laddove infatti l’astensione si protraesse oltre la singola udienza, o poche e
    consecutive al massimo, e prima ancora non si prevedessero limiti alla
    proclamazione e all’effettuazione delle astensioni, verrebbe violato il canone
    di ragionevolezza, con la conseguenza che il carattere irrinunciabile del
    diritto di difesa verrebbe svuotato del proprio significato;
    19. che, in effetti, la facoltà di scelta dell’imputato in stato di detenzione, se
    investe direttamente, considerata a sé stante, soltanto il tema delle modalità di
    esercizio del diritto alla difesa, non esclude che, di fatto pur se indirettamente, la
    stessa garanzia della libertà personale (sancita, anzitutto, non per il difensore, ma per
    il difeso: art. 24 Cost.) possa venir concretamente incisa dalle protesta collettiva
    degli avvocati, specie ove questa sia protratta nel tempo o ripetuta;
    20. che, di conseguenza, lo scopo del contemperamento tra diritti costituzionali
    (nel caso: quello alla difesa ed alla libertà personale da un lato, e quello, d’altro lato,
    che si manifesta nella libertà di coalizione degli avvocati, da cui discende il loro
    diritto di astensione collettiva dalle udienze: Corte cost. n. 171/1976), scopo in cui si
    rinviene la stessa ragion d’essere dell’operato della Commissione di garanzia, debba
    indurre a predeterminare, come si è detto, talune modalità di esercizio della facoltà
    dell’imputato detenuto (modalità per altro conformi al generale canone di
    ragionevolezza) di non chiedere la celebrazione dell’udienza;
    21. che tali limiti, nella fattispecie, vadano individuati tanto nella stessa
    ricorrenza di tutti i requisiti derivanti dalla legge o dal codice di
    autoregolamentazione che rendono legittima l’astensione de qua, quanto sul piano
    temporale;
    22. che, pertanto, la facoltà dell’imputato detenuto, di cui si parla, possa essere
    consentita solo per un tempo limitato –che la Commissione stima pari a non più di
    tre udienze consecutive-, e, in ogni caso, soltanto, complessivamente, per una volta
    nel corso di astensioni collettive dalle udienze ritualmente proclamate dagli organi a
    ciò abilitati dal codice di autoregolamentazione e riferite, in via esclusiva o
    prevalente, alla medesima motivazione;
    23. che, conclusivamente, la Commissione è ormai, allo stato, in grado di
    formulare la provvisoria regolamentazione prevista dall’art. 13, comma 1, lett. a)
    della legge, riprendendo in parte significativa lo stesso codice di
    autoregolamentazione, più volte citato, del 6.6.1997, ma rivedendone ed
    integrandone alcune disposizioni;
    24. che la Commissione non ritiene infatti di scostarsi significativamente dal
    testo di cui al “considerato” che precede, pur rilevando talune anomalie che esso
    presenta (ad es., la previsione di doveri di informazione a carico di soggetti che non
    intendano aderire all’astensione, doveri che in realtà si risolvono in richiami ai
    canoni di correttezza professionale propri dell’ordinamento deontologico forense);
    25. che, con riferimento ai casi in cui le organizzazioni proclamanti non sono
    tenute al rispetto del termine di preavviso, la formula “astensioni proclamate in
    difesa .... delle garanzie essenziali del processo” va intesa come ricompresa nelle
    ipotesi che immediatamente la precedono (“difesa dell’ordine costituzionale” e
    reazione a “gravi attentati ai diritti fondamentali del cittadini”);
    26. che deve essere, comunque, ricompresa, nell’ambito delle prestazioni
    essenziali, con riferimento ai processi civili, la garanzia dei procedimenti ex art. 28 l.
    n. 300/1970, per quanto attiene alla loro fase di cognizione sommaria, e di quelli
    aventi ad oggetto licenziamenti individuali e collettivi e trasferimenti;
    27. che, in ogni caso, e quanto sopra premesso e ritenuto, la Commissione
    ribadisce la propria competenza in tema di astensioni collettive degli Avvocati dalle
    udienze, ai sensi dell’art. 2 bis, comma 1, della legge n. 83/2000, non dispiegando
    alcun effetto, sotto il profilo del diritto vigente, eventuali diverse propensioni emerse
    durante o a conclusione del dibattito parlamentare diretto all’approvazione della
    legge n. 83/2000, e delibera pertanto la seguente


    REGOLAMENTAZIONE PROVVISORIA
    DELL’ASTENSIONE COLLETTIVA DEGLI AVVOCATI
    DALL’ATTIVITA’ GIUDIZIARIA


    Articolo 1
    1. La presente normativa disciplina le modalità dell’astensione collettiva degli
    avvocati dall’attività giudiziaria, di seguito denominata “astensione”, al fine di
    garantire il godimento dei diritti della persona, la libertà e la dignità
    dell’avvocatura, nonché il diritto di azione e di difesa tutelato dall’art. 24 della
    Costituzione e di assicurare le prestazioni indispensabili di cui ai successivi art. 4
    e 5.


    Articolo 2
    1. L’astensione è proclamata con congruo preavviso di almeno dieci giorni
    prima dell’inizio della stessa e con l’indicazione delle specifiche motivazioni
    e della sua durata, al fine di consentire ai titolari degli uffici giudiziari di
    predisporre le misure che si possano rendere necessarie.


    2. Della proclamazione e della specifica motivazione dell’astensione è data
    immediata notizia al Presidente della Corte d’Appello e ai Presidenti degli
    uffici giudiziari civili, penali, amministrativi e tributari interessati, nonché -
    anche quando l’astensione riguardi un singolo distretto o circondario - al
    Ministro della Giustizia ed agli altri Ministri eventualmente competenti. I
    soggetti sindacali proclamanti sono inoltre tenuti a darne pubblica
    comunicazione, nelle forme adeguate, almeno cinque giorni prima dell’inizio
    dell’astensione.


    3. Potrà non essere rispettato l’obbligo di preavviso ai sensi anche dell’art. 2,
    comma 7 della l. n. 146/1990 come modificata ed integrata dalla l. n.
    83/2000, nei soli casi in cui l’astensione venga proclamata in difesa
    dell’ordine costituzionale ovvero per gravi attentati ai diritti fondamentali dei
    cittadini e alle garanzie essenziali del processo.


    4. L’astensione, anche in caso di successive proclamazioni da parte del
    medesimo o di altro soggetto sindacale, non può protrarsi nel medesimo
    ambito per cui è proclamata per oltre trenta giorni consecutivi ovvero
    calcolati nell’arco di un trimestre. Superato tale termine, una nuova
    astensione riguardante il medesimo ambito di riferimento è consentita, quale
    che sia il soggetto sindacale proclamante, e qualora sia riferita, in misura
    esclusiva o prevalente, alla medesima motivazione, per la stessa durata
    massima, soltanto decorsi ulteriori novanta giorni. In ogni caso, la prima
    astensione, quale ne sia la motivazione, non può eccedere sette giorni. Tali
    limitazioni non si applicano nei casi in cui è prevista la proclamazione
    dell’astensione senza preavviso.


    Articolo 3
    1. Nel processo civile, amministrativo e tributario, se taluna delle parti costituite
    che non stanno in giudizio personalmente non compare nell’udienza fissata
    durante lo svolgimento dell’astensione, le parti o una di esse potranno
    chiedere al giudice di fissare una nuova udienza immediatamente successiva
    allo scadere dell’astensione.


    2. Nell’ambito del procedimento penale, il difensore che non intende aderire alla
    astensione proclamata deve comunicare prontamente tale sua decisione
    all’autorità procedente ed agli altri difensori costituiti.


    3. Nel processo civile, amministrativo e tributario, l’avvocato che non aderisca
    alla astensione deve informare preventivamente gli altri difensori costituiti o
    di cui conosca la presenza nel processo e, ove questi aderiscano alla
    astensione, è tenuto a non compiere atti pregiudizievoli per le altre parti in
    causa.


    4. Per le udienze che possono celebrarsi anche in assenza del difensore, questi,
    qualora intenda astenersi, deve darne comunicazione all’autorità procedente.
    5. Il diritto di astensione può essere esercitato in ogni stato e grado del processo
    sia dal difensore di fiducia che da quello di ufficio.


    Articolo 4
    1. L’astensione non è consentita nella materia penale in riferimento:


    a) alle udienze di convalida dell’arresto e del fermo, a quelle afferenti misure
    cautelari, agli interrogatori ex art. 294 del codice di procedura penale,
    all’incidente probatorio, al giudizio direttissimo e al compimento degli atti
    urgenti di cui all’articolo 467 del codice di procedura penale, nonché ai
    procedimenti e processi concernenti reati la cui prescrizione maturi durante il
    periodo di astensione, ovvero, se pendenti nella fase delle indagini preliminari,
    entro 360 giorni, se pendenti in grado di merito, entro 180 giorni, se pendenti nel
    giudizio di legittimità, entro 90 giorni;


    b) nei procedimenti e nei processi in relazione ai quali l’imputato si trovi in stato di
    custodia cautelare o di detenzione, ove l’imputato chieda espressamente,
    analogamente a quanto previsto dall’art. 420 ter comma 5 (introdotto dalla l. n.
    479/1999) del codice di procedura penale, che si proceda malgrado l’astensione
    del difensore. In tal caso il difensore, di fiducia o d’ufficio, non si considera
    legittimamente impedito ed ha l’obbligo di non astenersi.


    2. Tuttavia, anche quando l’imputato sottoposto a custodia cautelare o a
    detenzione non formuli l’espressa richiesta di cui al comma 1, lett. b),
    l’astensione sarà consentita, se riferita in via esclusiva o prevalente alla stessa
    motivazione, per non più di tre udienze consecutive per ogni grado del
    giudizio e, in ogni caso, soltanto per una volta nel corso di ciascuna
    astensione ritualmente proclamata.


    Articolo 5
    1. L’astensione non è consentita, in riferimento alla materia civile, nei
    procedimenti relativi:
    a) a provvedimenti cautelari, allo stato e alla capacità delle persone, ad alimenti,
    alla comparizione personale dei coniugi in sede di separazione o di divorzio e
    all’affidamento di minori;
    b) alla repressione della condotta antisindacale, nella fase di cognizione sommaria
    prevista dall’art. 28 della l. n. 300/1970, ed ai procedimenti aventi ad oggetto
    licenziamenti individuali o collettivi ovvero trasferimenti, anche ai sensi della
    normativa di cui al d.lgs. n. 165/2001;
    c) a controversie per le quali è stata dichiarata l’urgenza ai sensi dell’art. 92,
    comma 2, del r.d. n. 12/1941 e successive modificazioni ed integrazioni;
    d) alla dichiarazione o alla revoca dei fallimenti;
    e) alla convalida di sfratto, alla sospensione dell’esecuzione, alla sospensione o
    revoca dell’esecutorietà di provvedimenti giudiziali.
    2. L’astensione non è consentita, in riferimento alla materia amministrativa e
    tributaria:
    a) nei procedimenti cautelari e urgenti;
    b) nei procedimenti relativi a questioni elettorali.


    Articolo 6
    1. I comportamenti individuali con i quali si attua l’astensione debbono essere
    rigorosamente conformi alla deontologia professionale e alle prescrizioni fissate
    negli atti che l’hanno proclamata, in quanto compatibili con la presente
    regolamentazione.


    2. Rimane ferma, quanto alle violazioni delle disposizioni concernenti la
    proclamazione e l'attuazione dell'astensione, oltre a quanto previsto dagli artt. 2
    bis e 4, comma 4 della l. 146/1990 così come riformulati dalla l. n. 83/2000,
    anche l’eventuale valutazione dei Consigli dell’Ordine in sede di esercizio
    dell’azione disciplinare.


    AVVERTE
    che la provvisoria regolamentazione di cui alla presente delibera è vincolante
    per le parti ai sensi dell’art. 2, comma 3 della legge n. 146/1990, come modificata
    dalla legge n. 83/2000, e cioè fino al raggiungimento di un codice di
    autoregolamentazione valutato idoneo;
    che, come previsto dalla legge n. 146/1990, modificata dalla legge n.
    83/2000, in caso di inosservanza delle disposizioni contenute nella provvisoria
    regolamentazione, si applicheranno, valutate le cause di insorgenza, le sanzioni
    previste dall’art, 4, comma 4 della stessa legge. Resta fermo, altresì, quanto previsto
    dall’art. 4, comma 4 ter della medesima legge n. 146/1990, come modificata dalla
    legge n. 83/2000;
    DISPONE
    la notifica della presente delibera all’Organismo Unitario dell’Avvocatura
    Italiana e all’Unione delle Camere Penali Italiane e la sua trasmissione ai Presidenti
    delle Camere, al Presidente del Consiglio dei Ministri e al Ministro della Giustizia,
    nonchè al Consiglio Nazionale Forense;
    DISPONE INOLTRE
    ai sensi dell’art. 13, lett. l) della legge n. 146/1990 come modificata dalla legge
    n. 83/2000, la pubblicazione della regolamentazione provvisoria di cui alla presente
    delibera sulla Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana.


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