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Terrorismo internazionale

Terrorismo internazionale: Ordinanza di custodia del Tribunale di Venezia 8 luglio 2006 N. 2397/06 R.G

Ringraziamo il presidente della Sezione GIP del Tribunale di Venezia Giandomenico Gallo per l'invio del documento di interesse per i giuristi.
TESTO PUBBLICATO PARZIALMENTE - AL LINK IL TESTO COMPLETO E CORREDATO DI ECCELLENTI NOTE.
p.s.: ordinanza integralmente confermata dal Tribunale del Riesame di Venezia ai primi di agosto
06.11.2006 - pag. 13641 print in pdf print on web

N

N. 2397/06 R.G. – G.I.P. ORDINANZA CHE DISPONE LA CUSTODIA CAUTELARE IN CARCERE Il Giudice per le indagini preliminari dr. Giandomenico Gallo esaminata la richiesta del Pubblico Ministero nel procedimento indicato in oggetto per l'applicazione della misura della custodia cautelare in carcere nei confronti di: 1, 2, 3, 4, 5, 6, 7, 8 tutti indagati per il seguente reato: a) art. 270 bis c.p., per avere partecipato all’associazione terroristica internazionale di matrice fondamentalista islamica denominata GRUPPO SALAFITA PER LA PREDICAZIONE E IL COMBATTIMENTO (G.S.P.C.), funzionalmente collegata alla rete dell’organizzazione terroristica internazionale denominata Al Quaeda, volta al compimento di atti di violenza con finalità di terrorismo ed eversione dell’ordine democratico in Italia ed all’estero, nella specie operando in un gruppo con base logistica in Vicenza, e collegamenti operativi con gli attivisti operanti in Brescia, Napoli e Salerno, volto alla realizzazione di un programma criminoso contemplante: la preparazione ed esecuzione di azioni terroristiche o, comunque, violente da attuarsi in Italia o all’estero contro governi, forze militari, istituzioni e civili nel contesto del progetto globale di “Jihad ”, per l’affermazione universale dei sacri principi dell’Islam; la raccolta dei finanziamenti necessari per il raggiungimento degli scopi dell’associazione; il proselitismo effettuato attraverso video e audiocassette, documenti propagandistici e sermoni incitanti ad azioni violente ed al sacrificio personale in azioni suicide destinate a colpire gli “infedeli”; il favoreggiamento dell’immigrazione clandestina in Italia e verso gli altri Stati dove operano i militanti dell’organizzazione; il procacciamento di falsi documenti d’identità, contratti di lavoro e permessi di soggiorno per i componenti dell’organizzazione; la predisposizione, comunque, di tutti i mezzi necessari per l’attuazione del programma criminoso dell’associazione e per il sostegno ai “fratelli” ovunque operanti secondo il programma descritto; accertato in Vicenza e altrove dal 2004, permanente al maggio 2006. Tutti, inoltre, ad eccezione di …, in ordine al reato seguente: b) art. 416 c.p., per avere promosso un’organizzazione, attiva in Italia e all’estero, dedita al procacciamento e alla falsificazione di documenti d’identità, permessi di soggiorno e contratti di lavoro tali da consentire anche il favoreggiamento dell’immigrazione e permanenza illecite nel territorio dello Stato Italiano; con l’aggravante di cui all’art. 1 della legge 6/2/1980, n. 15, avcendo commesso il reato per le finalità di terrorismo di cui al capo a); in Brescia, Vicenza e altrove, accertato dal 2004, permanente al maggio 2006 letti gli atti; OSSERVA §1. genesi del procedimento Il presente procedimento ha avuto origine a seguito dell’attività investigativa che è stata avviata nell’aprile 2005 in relazione alle indagini di cui al procedimento penale nr. 44946/03-R-G-N.R. della Procura della Repubblica di Napoli instaurato nei confronti di alcuni algerini, residenti in Italia tra le province di Napoli, Salerno, Vicenza e Brescia, ritenuti organici a cellule eversive internazionali di matrice confessionale islamica, riconducibili all’organizzazione terroristica algerina “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento” (G.S.P.C.) 1. Tale organizzazione, attraverso l’uso della violenza, si prefigge di instaurare in Algeria un ordinamento statuale e sociale fondato sulla più rigida interpretazione della Sharia2, collaborando altresì, come gruppo affiliato, al perseguimento degli obiettivi terroristici fissati dal “Fronte Islamico Internazionale Contro gli Ebrei e i Cristiani” costituito nel 1998 dallo sceicco saudita Osama Bin Laden3. Il citato procedimento penale partenopeo costituiva, a sua volta, stralcio di una pregressa iniziativa giudiziaria contro una rete logistica di sostegno al G.S.P.C., operante in Italia ed all’estero, coordinata dal terrorista algerino Lounici Djamel4. L’attività investigativa originava dalla necessità di accertare l’esistenza e l’operatività nel Veneto, e segnatamente nella provincia di Vicenza, di una rete di sostegno logistico, costituita da uomini animati da progetti jihadisti in chiave antioccidentale, pronta a collaborare per la realizzazione di azioni delittuose ispirate o collegate al citato “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”. Il G.S.P.C. risulta documentatamente5 collegato all’organizzazione terroristica internazionale “Al Qaeda”6 per la realizzazione di un complessivo programma terroristico, sorretto da una maglia di basi, cellule e gruppi affini, presenti in Italia ed in altri Paesi dell’Unione Europea7, aventi finalità di supporto logistico, di propaganda, proselitismo e di reclutamento di volontari da destinare al combattimento o al martirio, in nome della jihad 8. Il 14.11.2005 il P.M. di Napoli emetteva un “Decreto di Fermo di Indiziato di Delitto” nei confronti di L. nonché di B. e S. - indagati anche nel presente procedimento – in quanto accusati per i reati di cui agli artt. 270 bis commi 1, 2 e 3 e 416 c.p.; 81 cpv., 110-482, in relazione agli artt. 476, 477, 468; 81 cpv., 110-648; con l’aggravante della “finalità di terrorismo” di cui all’art. 1 della Legge nr. 15/1980. Ovvero, perché ritenuti organici ad un’associazione con finalità di terrorismo internazionale, in Italia ed all’estero, e referenti in Italia di un’articolazione-rete di sostegno logistico dell’organizzazione terroristica di matrice confessionale denominata “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”, funzionalmente collegata all’organizzazione internazionale denominata “Al Qaeda”; nonché dediti al procacciamento, falsificazione, contraffazione di documenti di identità e permessi di soggiorno, ed al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, con l’aggravante, appunto, della “finalità di terrorismo”. In forza di detto provvedimento i predetti venivano fermati ed il G.I.P. di Napoli convalidava il fermo di B., confermando l’ipotesi associativa ed emetteva nei confronti del fermato una ordinanza di custodia cautelare in carcere. Il G.I.P. di Brescia, invece, ratificava il fermo a carico di S. e di L., sanzionando però la custodia cautelare in carcere per i soli reati di associazione per delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti, rinviando i relativi atti per competenza alla A.G. partenopea. Il G.I.P. del Tribunale di Napoli, quindi, accogliendo la richiesta del P.M.9 confermava tutte le ipotesi di reato a carico del S. e del L., compresa quella associativa di cui all’art. 270 bis, disponendo per i due la custodia cautelare in carcere. Qualche giorno dopo, recependo la richiesta inoltrata dal locale P.M., a sua volta il G.I.P. del Tribunale di Salerno emetteva ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti di B. e di altri due algerini, anch’essi indagati a vario titolo per il reato di cui all’articolo 270 bis c.p. e per il reato di contraffazione di numerosi documenti personali con l’aggravante della “finalità di terrorismo” di cui all’art. 1 della Legge nr. 15/1980. Gli stessi erano ritenuti componenti di una cellula territoriale autonoma, cosiddetta “dormiente”, nonché dediti alla contraffazione di documenti di identità personale, di permessi di soggiorno e di contratti di lavoro, avendo realizzato un’associazione con finalità di terrorismo o di eversione costituente articolazione dell’organizzazione terroristica sopranazionale di matrice confessionale “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”, come si è detto funzionalmente collegata all’organizzazione internazionale denominata “Al Qaeda”. Va precisato che in data 15.02.2006 il Tribunale del Riesame di Napoli ha confermato la custodia cautelare in carcere a carico di B. per le ipotesi delittuose che ne avevano portato al fermo. §2. IL Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento Ex colonia francese fino al 1962, l'Algeria ha conosciuto le prime elezioni multipartitiche solo nel 1992, stravinte dal “Fronte Islamico di Salvezza” (F.I.S.). Ne è seguito un golpe dei militari che hanno annullato il risultato elettorale e messo fuori legge il F.I.S. Il partito del "Fronte di Salvezza Islamico" è stato sciolto dal governo algerino ed è da allora sottoposto a persecuzione, tanto che alcuni dei suoi iscritti sono stati accolti da alcune nazioni europee, tra cui anche l'Italia, come rifugiati politici10. Esso11, poi, organizzatosi militarmente nell'Armata Islamica di Salvezza (A.I.S.) e affiancato dal Gruppo Islamico Armato (G.I.A.), ha iniziato una violenta lotta contro il regime, presto degenerata in cruenti atti terroristici contro la popolazione civile. Alla messa al bando del F.I.S., seguita dall'incarcerazione o dall'esilio dei suoi principali dirigenti, ha fatto seguito un'estrema frammentazione del mondo fondamentalista islamico, da cui è emersa l'ala ultra-fondamentalista del G.I.A. contrapposta all'A.I.S., esercito islamico di salvezza, che deriva più direttamente dal F.I.S. Il G.I.A. si è impegnato in una guerra, più che decennale, contro il regime di Algeri, nel corso della quale sono morte almeno centomila persone. Nel 1999, dopo 7 anni di guerra, il primo presidente civile, Abdelazaz Bouteflika, ha lanciato il processo di pace, offrendo l'amnistia in cambio del disarmo dei gruppi islamici. Molti hanno accettato lo scambio, ma non le fazioni integraliste come il G.I.A., che ha continuato a seminare terrore e morte nei villaggi del Paese. In particolare, il terrorismo radicale algerino si è frammentato in decine di sigle che spesso si combattono fra loro con la stessa ferocia con cui si oppongono al governo. Nel 1997, lo sterminio di interi villaggi composti da musulmani innocenti - massacrati da frazioni del G.I.A. all'insegna del “chi non è esplicitamente con noi è contro di noi” - portano uno dei principali dirigenti del movimento, Hasan Hattab, a denunciare le forme indiscriminate di violenza e a formare un'organizzazione separata, il “Gruppo salafita12 per la predicazione e il combattimento” (G.s.p.c.). Quest'ultimo è tutt'altro che un gruppo non violento, tanto vero che complessivamente il G.I.A. e il G.s.p.c. sono responsabili in Algeria di circa centomila omicidi. In pratica, nel complesso scenario algerino, il G.s.p.c. appare la formazione più legata a Bin Laden e ad al Qaeda13. Come si è detto, l’amnistia offerta alla guerriglia dal presidente Bouteflika nel 2000 è stata accettata dall'A.I.S., ma non dal G.s.p.c. (che ha continuato a compiere attentati in Algeria e all'estero) né dalla maggioranza delle frazioni del G.I.A. Sconfitte sul piano militare in Algeria le due formazioni sono ancora attive in occidente, Italia compresa. In effetti, nel mese d’ottobre 1998 Hacéne Hattab, alias Abou Hamza, è stato designato quale emiro14 nazionale dal G.S.P.C. ed in quel periodo in Europa sono state costituite “cellule clandestine” dell’organizzazione algerina; numerosi sostenitori di Hassan Hattab hanno trovato riparo soprattutto in Francia, Belgio, Italia, Spagna, Germania e Gran Bretagna. All’indomani degli attentati di New York e di Washington, l’emiro Hattab ha diffuso un comunicato, datato 15 settembre 2001, nel quale minacciava esplicitamente di colpire, soprattutto in Algeria, “gli interessi dei Paesi europei e in particolare degli Stati Uniti”. Hattab è stato sostituito nel 2003 da un vecchio capo terrorista, NABIL Sahraoui, alias Abou Ibrahim, il quale si è sottomesso al capo dei talebani, il Mullah Omar, tributando fedeltà ad Al Qaeda. In alcuni comunicati diffusi dal G.S.P.C., che indicano i suoi rapporti con le organizzazioni terroristiche internazionali e la sua posizione nei confronti della “Carta per la Pace e la Riconciliazione Nazionale in Algeria”15, l’attuale emiro del G.S.P.C. ha ribadito la sua determinazione nel rifiutare la pace e nel perseguire la via del terrorismo fino all’instaurazione del Khilafa16 nel mondo musulmano. Per l’attuale emiro, il principale obiettivo consiste nel consolidare i legami di confraternita attraverso azioni armate con gli altri gruppi terroristici stranieri ed il suo sostegno diretto ad Al Qaeda. Orbene, con Regolamento n. 881 del 27 maggio 2002, il Consiglio dell’Unione Europea, nel recepire le misure contro i talibani, Al Qaeda e i loro associati decise dal Comitato Sanzioni sull’Afghanistan del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, sulla base delle risoluzioni 1267/1999,1333/2000 e 1390/2002, ha stilato una lista europea coincidente con quella dell’ONU e comprendente, oltre ai membri dei talibani e di Al Quaeda in senso stretto, gruppi legati al fondamentalismo islamico di diversa estrazione geografica: mediorientale, nordafricana, somala ed asiatica. Fra i gruppi nordafricani sono indicati nella lista il Gruppo Islamico Armato, G.I.A., e il “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”, G.S.P.C.17 Con tale Regolamento l’Unione Europea ha adottato meccanismi sanzionatori18 per colpire ogni tipo di terroristi, non limitato quindi solo ai talibani ed Al Qaeda, ma esteso a tutti i gruppi collegati a queste ultime organizzazioni, siano essi internazionali che interni al territorio dell’UE. Quel che rileva è che in tal modo l’Unione Europea ha sancito la natura e l’attività terroristica del G.S.P.C. la qual cosa deve essere recepita dal giudice. Infatti, la Corte di Cassazione19 ha censurato il Tribunale del riesame laddove esso affermava che il Giudice non può ritenere fatti notori, quale, nel caso specifico, la ricostruzione delle vicende storiche del Paese di origine dell'associazione, quelli attinenti alla storia interna del Paese arabo in questione. La Corte ha osservato che nella odierna società transnazionale ed integrata il fatto notorio, agli specifici fini di cui all'art. 270 bis c.p., non può essere valutato solo nell'ambito locale poichè in tal modo si omette di considerare fatti anche eclatanti che, per la loro rilevanza, sono da ritenere di comune conoscenza20. Pertanto, alla luce delle vicende storiche sopraccennate e del predetto Regolamento della Unione Europea si deve dare per pacifico ed accertato che il G.S.P.C. sia un’associazione che si propone atti di violenza con finalità di terrorismo come previsto dall’art. 270 bis c.p. In tale prospettiva ed a riprova, basta richiamare – tanto per fare degli esempi - la sentenza emessa dalla VII Sezione del Tribunale di Napoli in data 22.032002, confermata nei gradi successivi, a carico di Luonici Djamel + 13, avente ad oggetto un ramificato sodalizio criminoso dedito al reclutamento di militanti, al sostegno logistico-finanziario ed al reperimento di armi, in sostegno di attività equivalenti all’odierna nozione di terrorismo, svolte in Algeria ed altrove dal G.I.A. e dal F.I.S. ovvero l’ordinanza di cattura emessa dal G.I.P. di Firenze in data 8.05.2004, nei confronti di Abdallah Adel Ben Maatallah + 4, facenti parte di una cellula riconducibile al G.S.P.C., e dedita al proselitismo ed al reclutamento di “martiri”, in collegamento con un gruppo attestato in Siria. Importantissima, poi, è la sentenza dell’VIII Sezione del Tribunale di Milano del 2 febbraio 2004, confermata in sede di appello, contro Remadna Abdelhalim + 4, relativa alla presenza sul territorio italiano di cellule islamiche del G.S.P.C. Infatti, in tale sentenza sono illustrate le attività delle cellule italiane di supporto al G.I.A. algerino, responsabile di una campagna terroristica contro la Francia, compiuta nel 1995, come azione di rappresaglia per il sostegno politico fornito al regime di Algeri nonché l’attività di una cellula algerina in Italia, principalmente impegnata nel reclutamento di volontari da inviare nei campi di addestramento per mujahiddin21 in Pakistan ed Afghanistan, facendoli poi rientrare in Europa per poi ricollocarli in Algeria, a sostegno delle attività del G.S.P.C., o in Cecenia, per sostenere la guerriglia contro i soldati russi. Tra l’altro, nell’ordinanza di cattura del G.I.P. di Napoli del 18.11.2005, sulla scorta del provvedimento di fermo del P.M., si citano anche i verbali degli interrogatori resi dai cittadini algerini davanti al P.M. L. D., E. H. A. e G. Y.22, che pur prendendo le distanze dal fenomeno hanno confermato l’esistenza del G.S.P.C., e l’operatività, dal punto di vista del proselitismo, di fautori di attività terroristiche. Ed in effetti, è stato segnalato dal R.O.S. come esistano varie prove dell’impostazione terroristica del G.S.P.C. e dei suoi stretti rapporti con Al Quaeda. Ad esempio, nel comunicato del “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”, datato 8.01.2005, il portavoce del G.S.P.C. Abu Yasser Sayyaf invitava all’unità dei combattenti della jihad per il ripristino del califfato23 e della legge islamica e per la cacciata dei “traditori e degli infedeli dalla penisola arabica”. Nel comunicato24 il leader salafita sollecitava altresì “l’invio di martiri allo sceicco25 Abu Musab al Zarkawi”, cioè al noto leader di Al Qaeda in Iraq26, rimasto ucciso recentemente in un bombardamento. Ed ancora nel comunicato del 24.01.2005, intitolato “Congratulazioni e saluti del Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento al Comitato jihad di Al Qaeda e al suo amato Comandante”, il predetto portavoce del G.S.P.C. Abu Yasser Sayyaf, a nome del comandante algerino Abu Musab Abdel Wadoud, si congratulava con lo sceicco Abu Musab Al Zarkawi per aver “inflitto sul nemico crociato e i loro agenti frustrazione e morte”27 e si scusava di non poter restituire un messaggio audio che lo stesso Al Zarqawi avrebbe inviato ai dirigenti del “Gruppo Salafita” algerino28. Inoltre, nello stesso comunicato, Abu Yasser alludeva ad un lavoro mediatico finalizzato alla “pubblicazione di una presentazione audio o video”, il cui esito potrebbe essere il video sui mujahiddin, intitolato “yutkhin_1.wmv”, scaricato il 28.06.2005 dagli indagati del presente procedimento A. e T. dal sito islamico , di cui si parlerà più avanti. E’ importante notare che in tale documento veniva anche ribadita la solidarietà al “padre dei mujahiddin, il generoso sceicco Osama Bin Laden” ed allo sceicco “comandante Mullah Omar” ad ulteriore riprova delle scelte ideologico-politiche del G.S.P.C. Si cita ancora il comunicato del 27.09.2005, intitolato “Nessuna pace senza Islam”, con il quale Abu Musab Abdel Wadoud, comandante del G.S.P.C., respingeva la proposta di “concordia nazionale” incoraggiata dal presidente algerino Abdelaziz Boutleflika. Il comunicato, nel quale venivano altresì citati i “benedetti attacchi” dell’11 settembre, si concludeva con un saluto “al nostro sceicco” Osama Bin Laden ed al “nostro fratello” Abu Musab Al Zarqawi. §3. la struttura tipica di tali associazioni Dall’organizzazione predetta si diramano, poi, negli altri Stati dei gruppi di aderenti – detti “cellule” – che perseguono non solo le finalità del nazionalismo algerino ma anche in genere gli obiettivi della jihad , il suo sostegno, il terrorismo internazionale sia dal punto di vista dell’effettuazione di attentati sia dal punto di vista del finanziamento, della collaborazione e di ogni tipo di favoreggiamento, il proselitismo, il procacciamento ai correligionari di documenti falsi29. In effetti, tutte le inchieste svolte non solo in Italia ma anche nel resto d’Europa hanno consentito di individuare queste caratteristiche tipiche e le peculiarità dell’associazione con finalità di terrorismo internazionale prevista e punita dall’art. 270 bis c.p. A riprova si indicano brevemente le indagini più importanti effettuate in Europa negli ultimi tempi.  Su segnalazione delle autorità francesi, secondo le quali tre veterani afgani, di origine algerina, erano giunti in Germania per organizzare un attentato contro un obiettivo statunitense, tra il 25 ed il 26 dicembre 2000, a Francoforte, la polizia tedesca traeva in arresto i seguenti mujahiddin di origine algerina, tutti in possesso di falsi documenti francesi, Beandali Aeorubi, El Haddad Hicham, Maroni Lamine e Sabur Fouhad. Ai medesimi venne, altresì, sequestrato il necessario per la fabbricazione di un micidiale ordigno esplosivo (circa trenta chilogrammi di permanganato di pentrite), in parte già miscelato, video-riprese della città di Strasburgo30 ed altro materiale funzionale al compimento dell’attentato. Alcuni altri membri del gruppo riuscivano comunque a sottrarsi all’arresto. I successivi sviluppi investigativi accertarono che i quattro erano affiliati alla rete di Abu Doha31 e che erano stati preparati in Afghanistan, in uno dei campi di addestramento allestiti nel 1997 in quella regione da Redouane Laadjal, alias Moatez, svedese di origine algerina, vecchio simpatizzante del “G.I.A.”32. Nel medesimo contesto venne inoltre accertato che, in quello stesso periodo, erano stati assunti contatti telefonici con esponenti del G.S.P.C. in Inghilterra, preannuncianti un eclatante attentato in una piazza affollata ed identificati gli organizzatori del previsto atto criminoso in Rachid Benstitou (alias “Yaia”), Yacine Aknouche e Mohammed Bensakhria (alias “Meliani”33), tutti esponenti della rete di mujahiddin di Abu Doha. Il Bensakhria venne arrestato in Spagna il successivo 22.06.2001, mentre Abu Doha era già stato arrestato in Inghilterra nel febbraio precedente.  Il 26.09.2001, la polizia spagnola procedette all’arresto di alcuni membri dell’organizzazione terroristica del G.S.P.C., tutti stanziati nelle province iberiche di Almeria, Navarra, Murcia, Huelva e Valencia. La “cellula”, formata da nove algerini addestrati in Afghanistan, veniva indicata come base d’appoggio per terroristi in transito nel territorio spagnolo, verosimilmente intenzionati a colpire interessi statunitensi in Europa. Tra i fermati si cita la figura di Mohamed Boualem Khouni, ritenuto il leader del G.S.P.C. nella penisola iberica, personaggio collegato anche ad altri militanti presenti nel territorio italiano34 e già detenuto in Spagna per appartenenza e collaborazione a banda armata. L’attività principale della “cellula” consisteva nella falsificazione di documenti e carte di credito, nonché nel reperimento di materiale tecnico quale ad esempio apparati ottici di precisione, radiotrasmittenti, telefoni, mezzi informatici e componenti elettronici destinati ai militanti nel Paese d’origine (Algeria). Lo stesso gruppo avrebbe inviato, attraverso l’Italia, materiale logistico in Cecenia per sostenere i combattenti dello Jihad. Durante l’operazione effettuata dalla polizia spagnola venne sequestrato materiale audio-video sulla preparazione spirituale, fisica e militare dei mujahiddin, con contestuale prova evidente di attività di proselitismo e reclutamento. Gli sviluppi investigativi franco-tedeschi portarono all’arresto in Francia, il 04.02.2002, di Méroine Berrahal, di nazionalità francese, Samir Korchi, nato in Marocco, Yacine Aknouche, nato a Blida (Algeria) il 27.01.1974, e della sua compagna, Aurore Damas, nata a Créteil (F) il 07.07.1983, anch’essa di nazionalità francese. Nel corso delle investigazioni venne accertato che i primi due avevano fornito supporto logistico al gruppo terroristico di Francoforte, fornendo ospitalità a due membri del gruppo in fuga dalla Germania, tra cui Mabrouk Echiker (alias Mouthanna), nato in Algeria successivamente deceduto nel conflitto russo-ceceno. Dopo l’arresto, Yacine Aknouche35 rilasciò dichiarazioni sui propri contatti in Afghanistan (dove aveva soggiornato dal 1996 al 1999), con i membri del “gruppo di Francoforte” ed in particolare sull’importantissimo ruolo svolto da Abu Doha e da Labsi Mustapha (alias Zaki), nella preparazione dell’attentato di cui sopra. In particolare, precisò che la direttiva di un’azione terroristica contro la Francia36 era partita dall’Afghanistan, per iniziativa di Omar Chaabani (alias Abu Jaafar), responsabile della “Maison des Algeriens” a Djallalabad, e che la direttiva stessa era stata diramata in Europa da Abu Doha, che l’aveva girata in primo luogo al “gruppo di Francoforte”, appunto perché costituito principalmente da mujahiddin addestrati nei campi afgani di Osama Bin Laden. Per dare un’idea si ricorda che tra i personaggi che lo Yacine aveva incontrato in Afghanistan figuravano: - Samir Haji, asseritamente inviato in Germania da Abu Doha, ed autore di una sparatoria contro quattro poliziotti tedeschi, avvenuta a Francoforte il 29.06.1999, nel corso di un controllo stradale; - Ahmed Ressam, algerino già arrestato negli USA, nel dicembre 1999, mentre effettuava un trasporto di esplosivi destinati ad un attentato da compiere nell’aeroporto di Los Angeles; - Zakarias Moussaoui, ritenuto il ventesimo membro del gruppo di attentatori dell’11 settembre 2001.  Il 14.02.2001, sulla base degli elementi scaturiti dall’attività della polizia tedesca, nel Regno Unito vennero arrestati gli algerini: Labsi Mustapha, Ghali Abdulnour, Malek Alì, e Omar Othman Mahmoud (alias Abu Katada). Nella circostanza veniva sequestrata copiosa documentazione di ispirazione integralista, nonché: - due passaporti italiani in bianco (privi di nome); - una carta di identità italiana con nome cancellato; -valuta inglese, spagnola e numerose carte di credito; - quaranta patenti francesi ed una portoghese; - attrezzatura idonea alla falsificazione di documenti di identità.  Il successivo 18.09.2002, nell’ambito della cosiddetta operazione “Cyclic”, sullo stesso territorio britannico vennero arrestati altri 13 algerini, tra i quali Hocine Benabdelhafid, trovato in possesso di una carta di credito rubata e di un passaporto spagnolo, Rafik Boulehbel, trovato in possesso di un passaporto francese a nome di Vincent Bernard Joseph Vittecoq, con applicata la sua foto, risultato provento di furto, Mustapha Guemmane, anch’egli in possesso di un passaporto contraffatto, che dichiarava di aver acquistato a Parigi, unitamente ad una falsa patente di guida e ad una falsa carta di identità, per 400 franchi francesi.  Il 05 novembre 2002 venne invece arrestato Rabah Kadri (alias Toufik, alias Mebrek Djamel), ritenuto stretto collaboratore di Abu Doha e quindi suo erede alla guida della rete terroristica, dopo l’arresto di quest’ultimo nel febbraio 2001. All’atto del fermo, Kadri veniva trovato in possesso di documenti francesi e di diversa valuta straniera, in particolare euro, franchi svizzeri, sterline inglesi e corone slovacche.  Dal 05 al 22 gennaio 2003, sempre le autorità britanniche portavano a compimento, una ulteriore complessa operazione, condotta in collaborazione con le autorità statunitensi, francesi e spagnole, nei confronti di un progetto terroristico basato sull’impiego di sostanze chimiche. Anche in questo contesto vennero arrestati numerosi cittadini di origine islamica, in maggioranza di provenienza algerina, tra i quali Samir Feddag, sul quale furono rinvenute tracce di ricina37, la formula (in lingua araba) per la preparazione di detto veleno, polvere nera, componenti elettrici vari, nonché una considerevole somma di denaro contante, di diversa valuta, pari a migliaia di sterline inglesi e B. M., fratello di B. Y. che compare nel presente procedimento penale.  Il 16.12.2002, in un appartamento della periferia di Parigi, vennero arrestati Merouane Ben Ahmed (alias Abderrahmane, alias Karim Said Mansour), clandestino di origine algerina, la moglie convivente Saliha Lebik, anch’essa di origine algerina (già vedova di un fratello di Ben Ahmed), Mohammed Merbah, di origine marocchina, e Ahmed Belhout, anch’egli di origine algerina. Nel loro appartamento, tra l’altro, furono sequestrati: - una tuta militare di tipo “NBC”, priva di guanti e maschera; - una bottiglia piena di percloruro di ferro; - una bottiglia contenente un composto liquido formato da una miscela di stagno, piombo e zinco; - due bombole di gas propano vuote; - una grande quantità di materiale e componenti elettronici, nascosti in una lavatrice, assieme a dei detonatori; - tre telefoni cellulari nuovi ed istruzioni tecniche per la fabbricazione di inneschi “timer” a distanza, mediante l’uso di cellulari; - copioso materiale per la falsificazione di documenti amministrativi e di identità; - passaporti, carte d’identità e patenti di guida francesi in bianco, alcune delle quali già falsificate; - denaro contante per circa 20.000 €. e 4.400 $. statunitensi. L’analisi del materiale sequestrato stabilì che le sostanze chimiche contenute nelle bottiglie erano state utilizzate per la fabbricazione artigianale dei sofisticati stampati elettrici, che l’assemblaggio era del tutto coerente con la documentazione tecnica sequestrata, e che detti apparati sarebbero stati in grado di attivare ordigni esplosivi a notevole distanza.  Il 24.12.2002, all’interno di un altro appartamento della periferia parigina vennero inoltre fermati i fratelli Menad Benchellali (alias Jandal, alias Abdelhakim), nato a Lione, cittadino francese, e Mourad Benchellali, quest’ultimo arrestato dai militari statunitensi nel dicembre 2001, in Afghanistan, e tradotto nella base di Guantanamo, Beddaidj Benmehel (alias Hamid), anch’egli nato in Francia, Maamar Bederar, algerino domiciliato a Romainville (F), e Omar Tegguer, nato a Chlef (Algeria) perché trovati in possesso di copioso materiale di laboratorio38, componenti elettrici ed elettronici di vario tipo non ancora assemblati, flaconi per soluzioni cutanee contenenti sostanze varie39, manuali per il confezionamento di miscele esplosive artigianali e registrazioni VHS su combattimenti in Cecenia. Il 24.01.2003, in Spagna si concludeva un’indagine condotta dalle autorità iberiche in collaborazione con quelle di Francia e di Gran Bretagna, che portava all’arresto di 14 stranieri, quasi tutti di origine algerina, ritenuti membri di un’importante rete legata ad Al Qaeda ed, in parte, al G.S.P.C., tra i quali figurava Mohamed Tahraoui (alias “Mohamed di Barcellona”, alias “Mohamed Boukharia”), già responsabile di una struttura iberica riconducibile al G.S.P.C. Anche in questo caso vennero sequestrati diversi prodotti chimici, resine e gomme sintetiche, manuali per la fabbricazione artigianale di comandi a distanza ed a tempo, materiale elettrico, ricetrasmittenti, documenti falsi, materiale idoneo alla loro falsificazione e documentazione di natura ideologica, sia cartacea che audiovisiva. La rete terroristica spagnola, in collegamento con le cellule islamiste perseguite in quegli stessi mesi in Francia e Regno Unito, era prevalentemente costituita da due gruppi: uno radicato a Barcellona, sotto la direzione del citato Mohamed Tahraoui, il secondo operante nella zona di Banyoles (Girona), sotto il coordinamento di Bard Eddine Ferdji, anch’egli di nazionalità algerina.  Il 04.04.2001, la DIGOS della Questura di Milano40 disarticolava una rete islamica41 composta da militanti affiliati al “G.S.P.C.” e ad “Al Qaeda”. Nella circostanza, su provvedimento di Fermo di Indiziato di Delitto emesso dal P.M. di Milano il 03.04.200142, venivano catturati Essid Sami Ben Khemais43, Khammoun Mehdi44 e Bouchoucha Moktar45, che avevano un ruolo di preminenza, derivante anche dall'esperienza acquisita nei campi afgani. In merito a tale attività investigativa il 22.02.2002, a Milano, gli stessi Essid Sami, ritenuto capo della cellula e Bouchoucha Moktar, nonché Chaarabi Tarek e Belgacem Aouadi Mohamed, venivano processati con rito abbreviato e condannati per associazione a delinquere finalizzata alla falsificazione di documenti con pene variabili dai quattro ai cinque anni di reclusione. Nel corso delle indagini, il 06.12.2000, era stata perquisita un’abitazione ubicata a Milano, via Bligny nr. 42, nella quale furono sequestrati numerosi indirizzi telefonici cellulari, altrettante carte telefoniche GSM, documentazione di propaganda jihadista ed un biglietto con annotate utenze telefoniche della Gran Bretagna e della Germania, ivi compresa quella del già menzionato Mohamed Bensakhria (alias Meliani), leader della cellula di Francoforte. Allo stesso modo, le attività tecniche svolte dalla P.G. a carico di Essid Sami, oltre a fornire elementi sull’attività delittuosa contestata, confermarono la ramificazione internazionale della cellula italiana, con particolare riferimento al citato “gruppo di Francoforte” ed alla cellula londinese di Abu Doha. L'indagine, inoltre, dimostrò che il sodalizio, benché operante autonomamente sul territorio nazionale, con l’ausilio di strutture atte a soddisfare esclusive esigenze logistiche, aveva come punto di riferimento funzionale l' “Istituto Culturale Islamico” di Milano, ormai da diversi anni impostosi come catalizzatore dei gruppi più radicali del panorama islamico. Nel corso delle attività tecnico-dinamiche venne osservata l'assidua frequentazione da parte degli indagati del citato Istituto Culturale, sia come occasione di confronto con altre componenti animate da un analogo fanatismo religioso, sia perché ritenuto un potenziale bacino di reclutamento di nuovi adepti. Ci si è dilungati in questo excursus perché i fatti citati dimostrano sia l’entità e pericolosità del fenomeno sia il collegamento fra le varie “cellule” del G.S.P.C. in tutta Europa sia persino che alcune reti presentano al loro interno anche elementi di altre nazionalità, come dimostrato dalla cellula disarticolata a Milano, che era diretta e composta prevalentemente da tunisini. Tale è anche il caso del cittadino francese Hervé Djamel Loiseau, ucciso in Afghanistan nel dicembre 2001 mentre combatteva al fianco dei talibani, condannato un anno prima dal Tribunale di Parigi, nell’ambito di una vicenda giudiziaria collegata allo smantellamento di una rete del “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento”. Peraltro, gli inquirenti hanno messo in rilievo le difficoltà investigative che, in questi casi, sono ancor più rilevanti che per le associazioni criminali che infestano l’Italia. Le associazioni terroristiche transnazionali presentano caratteristiche ben diverse dai gruppi criminali tradizionali, in particolare quelli di tipo mafioso. Soprattutto, le associazioni mafiose sono caratterizzate da forte strutturazione e radicamento territoriale mentre le “cellule” islamiste non sono strutturate rigidamente in un’unica organizzazione gerarchica, ma collegate tra loro, peraltro del tutto informalmente. Esse ruotano intorno a “strutture di servizio” (finanziario e logistico) come Al Quaeda46; operano con estrema mobilità nell’ambito di una “rete” transnazionale del terrore, nel cui ambito vengono progressivamente superate anche le identità etnico-nazionali47. Operano nell’ambito di una “rete” transnazionale del terrore, conservando la loro identità etnico-nazionale, ma restando in contatto, collaborando e specializzandosi (per esempio, in Italia specializzandosi nella fabbricazione di documenti falsi come è sempre emerso nelle inchieste). Anche gli obbiettivi di ciascun gruppo possono essere distinti, pur essendo tutti accomunati da un denominatore comune: la guerra santa contro gli apostati e i miscredenti. Il «programma violento» di tali organizzazioni può essere individuato, come detto, anche negli attentati e negli atti di violenza che sono compiuti in altri Paesi, rispetto ai quali dunque può ritenersi già atto di un programma violento anche solo l’attività propedeutica (di proselitismo, reclutamento, addestramento) finalizzata alla realizzazione dell’azione violenta nel Paese estero obiettivo finale del terrorismo. Quando, dove e in danno di quale obiettivo ciò avverrà (contro uno Stato estero in territorio estero, contro una rappresentanza straniera o un organismo internazionale sedente in Italia, contro un obiettivo italiano all’estero ovvero contro un obiettivo italiano in Italia), dipenderà dalle contingenze politiche del momento o dalle concrete occasioni e dagli ordini ricevuti ma è certo, anche in ragione dei propositi politico/religiosi di guerra a tutto l’Occidente resi manifesti ed espliciti quasi quotidianamente, che il momento della decisione troverà le singole cellule già pronte a portare a termine la loro parte di compito. Tanto comporta non solo problemi investigativi ma anche problemi giuridici a cominciare dal concetto di associazione per finalità terroristica di cui si tratterà ampiamente nel paragrafo seguente. §4. La normativa sulLe associazioni con finalità di terrorismo Onde evitare qualunque perplessità si precisa subito che con l’ultima modifica dell’art. 270 bis c.p. è stato sancito che la norma è applicabile alle associazioni con finalità di eversione dell'ordine democratico di uno Stato estero per cui sussiste il reato anche a carico di aderente ad una cellula operativa ispirata all'ideologia ed alla pratica del terrorismo religioso di matrice islamica48. E’ stato osservato dal P.M. di Salerno49 che il nuovo art. 270 bis50, nel sanzionare le condotte di partecipazione ad associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale, riflette l’attuale globalizzazione del crimine organizzato ed è diretto a tutelare la sicurezza pubblica mondiale dai pericoli posti dai gruppi terroristici per la stabilità socio-politica universale, l’ordine pubblico internazionale e i superiori interessi dell’umanità. La normativa recente, introdotta all’indomani degli attentati di luglio a Londra, con l’art. 270 sexies c.p.51, ha definito il concetto di terrorismo per superare tutta una serie di contraddizioni e disorientamenti della giurisprudenza di merito, dovuti alla mancanza nel sistema legislativo italiano di una precisa nozione in materia. La scelta del legislatore è stata quella di individuare le condotte con finalità di terrorismo, proponendo una duplice definizione : una prima parte nella quale si offre una definizione generale della condotta con finalità terroristica mutuandola in pieno dalla decisione quadro del Consiglio dell’Unione Europea del 13 giugno 200252 ed una seconda parte nella quale, comunque, si estende la nozione a tutte quelle condotte comunque considerate terroristiche dal diritto internazionale. Nella prima parte, dunque, il legislatore ha precisato i due requisiti indefettibili perchè si possa parlare di condotta con finalità di terrorismo, senza - secondo quel magistrato - neppure richiedere che debba trattarsi di condotte “violente”53. Ciò che si richiede è che tali condotte, per loro natura o contesto, debbano essere “idonee ad arrecare grave danno ad un Paese o ad un’organizzazione internazionale” e che tali condotte siano caratterizzate dal dolo specifico, che può manifestarsi nelle tre forme alternative :  lo scopo di intimidire la popolazione;  lo scopo di costringere i pubblici poteri o un’organizzazione internazionale a compiere o ad astenersi dal compiere qualsiasi atto;  lo scopo di destabilizzare o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche e sociali di un Paese o di un’organizzazione internazionale. Nella seconda parte, invece, il legislatore offre una norma di salvaguardia con un richiamo al diritto internazionale, laddove stabilisce che sono da considerare condotte terroristiche anche tutte quelle definite terroristiche o commesse con finalità di terrorismo da convenzioni o altre norme di diritto internazionale. In pratica, il metodo utilizzato è terroristico quando, da un lato, l’obbiettivo colpito non rileva di per sé (cioè l’autore dell’atto di violenza non è interessato a colpire proprio quella vittima, nella sua persona o nelle sue cose, per quello che ha o non ha fatto, circostanza che quindi costituisce il movente, la spiegazione della sua azione), ma rileva o in quanto incarna un simbolo per la collettività a cui appartiene [è il caso di chi riveste determinati ruoli, ad esempio esercita attività di governo o di amministrazione della giustizia o di mantenimento dell’ordine pubblico, oppure è il caso degli edifici che sono sede delle funzioni suddette] oppure, viceversa, in quanto è un membro qualunque della collettività suddetta senza alcun ruolo particolare, essendo allora del tutto indifferente la sua identità personale. Dall’altro lato l’autore dell’atto di violenza si propone, colpendo gli obiettivi come sopra individuati, di determinare il sorgere di un diffuso sentimento di panico o di vero e proprio terrore nella collettività, di cui gli obiettivi colpiti fanno parte54. E’ interessante notare che la Corte di Cassazione già aveva ritenuto, molto prima della legislazione positiva di settore, che “costituisce finalità di terrorismo quella di incutere terrore nella collettività con azioni criminose indiscriminate, dirette cioè non contro le singole persone ma contro ciò che esse rappresentano e, se dirette contro la persona indipendentemente dalla sua funzione nella società, miranti a incutere terrore per scuotere la fiducia nell’ordinamento costituito e indebolirne le strutture”55. Peraltro, si è obiettato in dottrina che con la disposizione in esame si è creata una norma penale dai confini incerti, mobili, difficilmente percepibili in quanto strettamente connessi alla mutevolezza dell’angolo visuale dal quale i fenomeni storici e politici vengono percepiti e giudicati56. Infatti, sotto un primo aspetto, la norma che prevede in genere l’illiceità di fenomeni eversivi e di terrorismo a base italiana contro ordinamenti stranieri offende il principio di determinatezza, instaurando una responsabilità penale come mero effetto politico sul nostro ordinamento dell’azione eversiva e terroristica contro un paese straniero. In effetti, il giudizio circa l’avveramento dei requisiti materiali dell’azione rischia di dipendere di volta in volta da imponderabili coordinate politiche di natura contingente, riflesso dei rapporti internazionali che lo Stato, in quel determinato momento, vive e che implica come premessa un giudizio prognostico privo di oggettività giuridica e di accessibilità cognitiva. Per altro verso, si pone il problema di ritenere l’azione terroristica e perciò punibile anche quando l’eversione o il cosiddetto terrorismo siano diretti contro Stati dittatoriali, violenti o solo apparentemente ammantati di democraticità; cioè, anche quando essa, tanto per fare degli esempi, si inserisca in contesti di violenza etnica o di guerra civile ovvero quando pretenda di affermare con la forza e la violenza, talvolta unico mezzo concretamente opponibile, diritti fondamentali dai quali potrebbe dipendere la possibilità stessa di sopravvivenza di un popolo57. Conseguentemente, il G.U.P. di Milano, nella sentenza con cui è stata ordinata la scarcerazione di due cittadini stranieri58, imputati sulla base delle disposizioni dell’art. 270 bis c.p., non aveva ritenuto legittimo sussumere, nella nozione giuridica di terrorismo, qualsiasi attività di guerriglia attuata in un contesto bellico. Quel magistrato aveva chiarito che «la nozione di terrorismo, recepita dall’art. 270 bis c.p., non può riguardare, in accordo con il testo dell’art.18, comma 2, della Convenzione O.N.U. sul Terrorismo del 199959, l’attività di gruppi armati o movimenti, diversi dalle forze armate, nella misura in cui, in contesti bellici, essi si attengano alle norme del diritto internazionale». Dal punto di vista dommatico, poi, la costruzione dei reati di terrorismo sul modello dei reati di pericolo rende ancor più pressante l’esigenza di limitare l’offensiva a fattispecie certe e determinate e di salvaguardare diritti fondamentali tra i quali la libertà di manifestazione del pensiero60. In passato il giudice di legittimità aveva costantemente affermato che l’art. 270 bis configurava un delitto di pericolo presunto61 e tale impostazione vale tuttora. Viceversa, data la particolarità della nuova fattispecie (associazioni internazionali) non sembra possibile recepire l’affermazione secondo cui per non incorrere in censure di illegittimità costituzionale, devono essere accertati elementi di comportamento idonei ad offendere il bene tutelato62. Si corre il rischio di assumere posizioni o pervenire a soluzioni meramente teoriche anche in considerazione dei dubbi che possono sorgere a proposito del bene tutelato mentre la materia, invece, richiede la massima chiarezza. Al riguardo, una parte della dottrina, pur prospettandosi i problemi di costituzionalità delle fattispecie di pericolo astratto, è giunta alla conclusione che dalla presenza dei medesimi in un ordinamento penale non può prescindersi, quando si imponga l’esigenza di salvaguardare in maniera particolarmente intensa - quindi, anticipando la soglia di punibilità fino alla pericolosità astratta - certi beni e soprattutto quando l’accertamento di un pericolo concreto potrebbe rivelarsi assai difficoltoso proprio per la natura “impalpabile” del bene tutelato. Però, occorre evitare che l’anticipazione della punibilità si traduca in persecuzione delle idee o di posizioni ideologiche; in particolare, con riferimento alla fattispecie di cui si tratta è necessario individuare il discrimine tra adesione ideologica al radicalismo fondamentalista e partecipazione alla associazione terroristica. Non è solo un problema probatorio, è anzitutto un problema giuridico e da tale punto di vista ritiene questo giudice che non bisogna disperdersi in considerazioni meramente dommatiche o sociologiche63 bensì che la soluzione possa e debba essere trovata nel diritto positivo. Infatti, le perplessità suscitate nella dottrina dalla disposizione di cui all’art. 270 sexies, che ha indicato normativamente le condotte con finalità di terrorismo, non tengono conto del fatto che tale norma non è altro che un’integrazione chiarificatrice di quella di cui all’art. 270 bis. In tale norma è espressamente precisato che le associazioni illecite dal punto di vista penale sono quelle “che si propongono il compimento di atti di violenza…”. Pertanto, è la stessa normativa che indica, indipendentemente dalla nozione di terrorismo e di eversione dell’ordinamento, che il presupposto della punibilità è costituito dalla «intenzione»64 di porre in essere atti violenti. Tanto è confermato dal terzo comma dello stesso articolo ove, a proposito di terrorismo rivolto contro Stati esteri, viene ribadito che deve trattarsi di atti di violenza65. Del resto, tanto corrisponde proprio all’aspetto lessicale del termine “terrorismo”66; basta controllare qualunque dizionario per constatare che al termine è associata la violenza. E’ vero che il vocabolo può essere usato anche con un significato generico che esula dal compimento di atti violenti ma si noti che in tali casi viene sempre inserito un aggettivo (terrorismo: psicologico, religioso, economico, ecologico e così via) che indica appunto una forma di terrorismo diversa da quella usuale caratterizzata dalla violenza. In tale prospettiva, oltretutto, è ben possibile che la popolazione possa venire intimidita – come recita l’art. 270 sexies del codice penale – anche da forme di terrorismo non violento67. Se, però, si adotta tout court una simile nozione di terrorismo ne consegue che dovranno sussumersi in tale concetto finanche le manifestazioni di protesta o di rivolta alla Mahatma Gandhi68. Qualunque peplessità, invece, viene agevolmente superata dal diritto positivo e, cioè, come detto, dalla precisazione di cui all’art. 270 bis. In definitiva, quel che rileva ai fini che ci interessano è che l’associazione debba avere il proposito di commettere atti violenti. E’ irrilevante, dal punto di vista sostanziale, che i suoi membri, che abbiano costituito una propaggine in un’altra nazione – nel nostro caso l’Italia – non abbiano intenti violenti. E’ ben possibile che la “cellula” sita in un altro Stato – soprattutto occidentale – possa avere un ruolo limitato di semplice propaganda ed arruolamento di nuove leve ovvero di procacciamento di documenti69; insomma, che possa avere un ruolo limitato70. L’associazione di cui si tratta – il Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento – ha indubbiamente le caratteristiche previste dalla legge. E’, cioè, caratterizzata dalla violenza sol che si consideri, a tacer d’altro:  il pieno sostegno e l’adesione incondizionata, sia dal punto di vista morale che dal punto di vista materiale, alla jihad , ossia alla guerra santa71 tanto vero che “AL JAMAA ASSALAFIA LI DAWA WA ALKITAL”, ovvero il G.S.P.C., ha anche creato un sito internet denominato significativamente contenente immagini di combattimento, addestramento, rifornimento logistico e indottrinamento religioso del gruppo salafita algerino accompagnati da chiari proclami di guerra72;  l’adesione convinta, come già ricordato, alla rete mondiale denominata “Al Qaeda” la cui impostazione terroristica è talmente nota che non merita commenti;  la consumazione di attentati terroristici in vari paesi europei, come accertato da inchieste italiane, francesi, inglesi e spagnole73. L’altro presupposto del terrorismo – determinante per superare tutte le obiezioni giuridiche in materia – è implicitamente ma chiaramente indicato dallo stesso articolo 270 sexies con il riferimento alle convenzioni ovvero alle altre norme internazionali vincolanti per l’Italia. In effetti, quella che può sembrare una norma di chiusura rappresenta, invece, la chiave di volta per un’interpretazione perfettamente aderente al dettato costituzionale. Infatti, al di là dell’art. 10 Costituzione che si riferisce in genere alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute74, il primo comma dell’art. 117 nell’attuale formulazione75 indirettamente ma chiaramente stabilisce che la potestà legislativa, sia dello Stato che delle Regioni, è subordinata non solo alle norme costituzionali ma ai “vincoli”76 derivanti dal diritto comunitario e dagli obblighi internazionali. Quindi, è stato normativizzato, al massimo livello, il principio pacta sunt servanda, che già aveva riconoscimento nel diritto internazionale. Conseguentemente, non vi possono più essere discussioni al riguardo: le convenzioni internazionali ratificate dallo Stato italiano e, soprattutto, le decisioni comunitarie vincolano qualunque Autorità italiana e le norme devono essere interpretate in conformità. Nel caso del terrorismo occorre tener presente che la ricordata decisione Quadro del Consiglio dell’UE del 13 giugno 200277 che alla lett. B) del primo comma dell’articolo 2 ha dato la nozione di terrorismo, aveva stabilito, nel primo comma dell’articolo 1, che ciascuno Stato membro doveva adottare «le misure necessarie per garantire che siano considerati reati terroristici» gli atti intenzionali commessi al fine appunto «di intimidire gravemente la popolazione, o costringere indebitamente i poteri pubblici o un'organizzazione internazionale a compiere o astenersi dal compiere un qualsiasi atto, o destabilizzare gravemente o distruggere le strutture politiche fondamentali, costituzionali, economiche o sociali di un paese o un'organizzazione internazionale». E come già detto il “Gruppo Salafita per la Predicazione e il Combattimento” è stato espressamente indicato come associazione terroristica dal Regolamento n. 881 del 27 maggio 2002 dello stesso Consiglio dell’Unione Europea. Sono assolutamente integrate, pertanto, tutte e due le condizioni prescritte dalla normativa in materia. Per completare l’argomento si ricordi che il punto 11 del Preambolo della Decisione Quadro stabilisce che la decisione “non disciplina le attività delle Forze Armate in tempo di conflitto armato secondo le definizioni date a questi termini dal diritto internazionale umanitario, attività disciplinate da questo stesso diritto”. Certamente l’espressione “conflitto armato” comprende tanto i conflitti internazionali quanto quelli interni e ne deriva che l’espressione “forze armate” comprende le forze di tutte le parti indipendentemente dal fatto che si tratti di Stati o di organizzazioni non statali anche insurrezionali o in lotta contro un’intervento straniero. Ma ciò non significa affatto che ove vi sia un conflitto bellico di qualsiasi tipo non vi sia terrorismo ma solo “guerriglia”. Deve infatti sempre trattarsi anche in caso di gruppi insurrezionali di forze assimilabili alle forze armate e cioè, secondo gli artt. 43 e 44 del primo Protocollo Addizionale alla Convenzione di Ginevra adottato nel 1997, “forze, gruppi e unità armate e organizzate poste sotto un comando responsabile della condotta dei propri subordinati”e “soggette ad un regime di disciplina interna” che assicuri tra l’altro il rispetto delle regole del diritto internazionale applicabile ai conflitti armati. Inoltre tali combattenti hanno l’obbligo di distinguersi dalla popolazione civile quando prendono parte ad un attacco e, anche nelle situazioni in cui, a causa della natura del conflitto (il riferimento alla “guerriglia “ è evidente) non possano ottemperare interamente a tale obbligo sono obbligati a portare le armi apertamente durante ogni fatto d’armi e durante la fase precedente ad ogni attacco (il c.d. spiegamento) e per tutto il tempo in cui sono esposti alla vista dell’avversario. Inoltre sempre il primo Protocollo Addizionale all’art. 51 proibisce a qualsiasi forza combattente gli “atti di violenza il cui fine primario è spargere il terrore nella popolazione civile”. Se ciò non avviene tali forze perdono lo status di “legittimi combattenti”. A questo proposito, occorre trattare l’argomento della cd. guerriglia, precisando innanzitutto che appare condivisibile l’osservazione che le categorie di “guerriglia” o “guerriglieri” recentemente utilizzate sono decisamente atecniche e rischiano di divenire fuorvianti. Infatti, la distinzione tra terrorismo, guerriglia e movimenti rivoluzionari ha certamente un forte rilievo storico ma rimane ancora molto discussa anche nel diritto internazionale e difficilmente può essere utilizzata sul piano giuridico nel diritto interno. In linea di massima, si può dire che la guerriglia, effettuata da gruppi dotati di una certa organizzazione e “visibilità” sul territorio, in parte eventualmente da essa controllato, è indirizzata verso obiettivi militari con metodi che nel limite del possibile si ispirerebbero a quelli della guerra classica. Il terrorismo invece consisterebbe nell’attività di singoli individui o piccoli gruppi, carenti di direttive centrali, i quali non opererebbero distinzioni tra obiettivi civili e militari e che in linea generale non si uniformerebbero alle leggi di guerra. In tale prospettiva, si è rilevato che anche gruppi guerriglieri possono impiegare in certe fasi metodi terroristici mentre il terrorismo può altre volte rappresentare una fase iniziale di una lotta che in un secondo momento può trasformarsi in guerriglia e, in momento ulteriore, in un movimento rivoluzionario di massa con caratteri di piena belligeranza. Da tale punto di vista però, con riferimento alla situazione irachena che in questo momento storico ed in questa sede maggiormente ci interessa, tale lotta è andata sempre più evolvendosi nel senso del puro terrorismo o di una ”guerriglia” che utilizza sistematicamente metodi terroristici quali bombe nei mercati ed in genere tra la folla, sequestri ed uccisioni di ostaggi non solo (ma soprattutto) occidentali, attacchi contro sedi dell’O.N.U. e sedi diplomatiche, contro i luoghi di culto di minoranze religiose e così via. Insomma, tenuto conto dei citati artt. 43, 44 e 51 e della più elementare logica democratica il terrorismo si distingue nettamente dalla guerriglia (e, comunque, dalla cd. resistenza78) perché esso agisce indiscriminatamente e con la massima violenza al fine di incutere “terrore” nella popolazione civile79 addirittura indipendentemente dall’arrecare danno alle forze armate che si vuole combattere. Inoltre, non deve essere trascurato il pericolo di confondere la rappresentazione che un gruppo ha di se stesso con gli strumenti concretamente usati e di dimenticare i fenomeni di “deviazione” rispetto alle finalità evocate. §5. in particolare: la jihad Tra gli atti terroristici violenti gli inquirenti indicano come fondamentale e probante la80 Jihad a cui non solo il G.S.P.C. aderisce pienamente ma che veniva esaltata e propagandata anche dagli indagati di questo procedimento. Jihad (gihad) è una parola araba che deriva dalla radice " che significa "esercitare il massimo sforzo" o "combattere". La parola connota un ampio spettro di significati, dalla lotta interiore spirituale per attingere una perfetta fede fino alla guerra santa. Durante il periodo della rivelazione coranica, allorché Maometto si trovava alla Mecca, la jihad si riferiva essenzialmente alla lotta non violenta e personale ma in seguito al trasferimento dalla Mecca a Medina nel 622, e alla fondazione di uno Stato islamico, il Corano autorizzò il combattimento difensivo. Il Corano iniziò a incorporare la parola qitāl (combattimento o stato di guerra), e due degli ultimi versetti su questo argomento81 suggeriscono, secondo studiosi classici, una continua guerra di conquista contro i nemici non credenti82. In effetti, nel Corano la parola jihad è sempre utilizzata nel senso di lotta per Dio secondo l´espressione integrale «jihad fi sabil» Allah [lotta sul cammino di Dio], e perciò viene tradotta nelle lingue europee, dagli stessi musulmani, come "guerra santa"83. I musulmani liberali, invece, tendono a promuovere una comprensione della jihad che rigetti l'identificazione della stessa con la lotta armata, scegliendo invece di porre in risalto principi di non violenza. Ed anzi, alcuni musulmani ritengono che sia la cultura occidentale che presenti il termine col significato negativo84. Senza entrare nella discussione circa l’intepretazione religiosa od ideologica del termine quel che appare determinante è il significato che ad esso viene dato dal fondamentalismo islamico. Si cita qualche esempio: L’Associazione dei “Fratelli Musulmani”, creata in Egitto nel 1928 era indirizzata dal seguente motto: «Allah è il nostro obiettivo. Il Profeta è il nostro capo. Il Corano è la nostra legge. La Jihad è la nostra via. Morire nella via di Allah è la nostra suprema speranza»85 . Più recentemente, basta citare il comunicato finale emesso al termine del summit tenutosi a Beirut nel gennaio del 2002 e a cui hanno partecipato oltre duecento ulema sunniti e sciiti provenienti da trentacinque paesi: "Le azioni di martirio dei mujahidin sono legittime e trovano fondamento nel Corano e nella tradizione del profeta. Rappresentano anzi il martirio più sublime dato che i mujahidin le compiono con totale coscienza e libera decisione". In tale documento gli ulema affermano di parlare "a partire dalle loro responsabilità religiose, e in nome di tutti i popoli, riti e paesi della nazione islamica per dare indicazioni precise in merito alla causa palestinese". A loro avviso non si deve considerare l´attentato come gesto a se stante, ma in base allo scopo per il quale viene compiuto, che può essere rincondotto nella categoria della jihad perché si vuole proteggere o liberare un territorio musulmano in pericolo86. Un gruppo armato palestinese si chiama persino “Jihad Islamica”. Nel novembre del 2002 Bin Laden fece pervenire alla TV satellitare Al Jazeera una cassetta, in seguito considerata autentica dagli esperti della CIA, in cui erano contenuti due distinti messaggi, uno rivolto agli Iracheni e l’altro al popolo americano. Nel primo, esplicitamente la “resistenza” dei musulmani in Iraq viene indicata come jihad 87. Ancor prima, la fatwa88 emessa il 23 febbraio 1998 dallo stesso Osama Bin Laden aveva come obiettivo geopolitico la creazione di un unico stato islamico improntato alla interpretazione radicale della lettera del Corano ed i cui componenti fossero dediti alla guerra santa contro l’infedele rappresentato dall’Occidente cristiano e da Israele, costituendo il “FRONTE MONDIALE ISLAMICO PER LA JIHAD CONTRO GLI EBREI E I CROCIATI”89. Per inciso, è stato osservato che il senso profondo della strategia che l’originario gruppo formatosi intorno a Bin Laden nel 1998 ha voluto comunicare al mondo islamico è quello di costituire un arcipelago di gruppi che devono far riferimento ad una proposta generale (la restaurazione del Califfato e il governo della Sharia in tutte le terre parte del mondo islamico al momento della sua massima espansione) pur in una autonomia delle loro iniziative nei 3 continenti ove sono radicate. Si spiega così come il progetto di Al Qaeda possa travasarsi da un gruppo all’altro, passando, anche senza adesioni formali, da un gruppo storico ad un gruppo federato90 in grado comunque di esprimere con le sue azion

06.11.2006

Spataro

Giandomenico Gallo
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